…dal diario di bordo del Circolo vegetariano VV.TT.


Spulciando fra gli appunti dal diario di bordo del Circolo vegetariano VV.TT. ho scoperto un’analisi sulle “coincidenze” e collegamenti fra le qualità degli specifici anni ed i modi espressivi delle azioni compiute in sintonia con quegli elementi.

Nel 2002 scrivevo questi appunti che di seguito vi sottopongo:

Perché durante il 1992 e 1993 c’è stata una così ampia messe di articoli? L’ho scoperto esaminando dall’oroscopo cinese l’elemento di quegli anni, entrambi d’acqua, i successivi due anni, ‘94 e ‘95 che sono anch’essi alquanto pieni hanno l’elemento legno, poi il ‘96 e ‘97 che sono marchiati dal fuoco, seguiti dal ‘98 e ‘99 con la terra ed i micidiali 2000 e 2001 con il metallo. Con il ritorno dell’acqua, cavallo 2002 e capra 2003, sento che la comunicazione potrà riprendere a fluire smootly. Eppure oggi 26.2.02 c’è stata per la seconda volta la contaminazione di un virus nel computer di Roberto Caivano, che invia le Email per conto del Circolo. Un virus bizzarro che pesca nei reparti segreti della memoria ed invia come Email lettere personali e segrete o messaggi inventati anche di carattere erotico. Poi pian piano il programma impazzisce, perde pezzi, sino a non rispondere più ai comandi.

Sicuramente la vecchia penna procura meno guai, l’unico inconveniente essendo la fine dell’inchiostro. Ricordo ancora come da bambino scrivessi con una penna di legno, intingendo il pennino dentro un calamaio, le dita sempre sporche d’inchiostro e spesso anche il foglio. Poi cominciò il momento della penna stilografica anche questa però perdeva inchiostro da vari punti (dal pennino e dalle giunture), giunse la bic, la biro, ma anche con questa bisognava stare attenti al defluire dell’ inchiostro dal fondo e dalla punta. Quando le penne iniziarono a scrivere senza perdere inchiostro avevo già finito di andare a scuola. Insomma pare che ogni epoca abbia avuto i suoi problemi… quella presente ha i virus telematici. Mi chiedo, nel caso che, come farei a continuare questo diario che scrivo al computer, dovrei ricominciare con la penna? Divertente, ma non troppo se penso alle correzioni….

Il mio numero simbolico è il 9, l’ho scoperto a Roma nel 1950/51 in prima elementare allorché avendo imparato a memoria la lezione di religione, chiedevo di essere interrogato per prendere un bel 10, la cosa non funzionò giacché mi impappinai su una parola e presi 9. Ritornai al banco e ripassai la lezione bene bene, ripetei a mente tutto e chiesi ancora di essere interrogato. Che disdetta, ancora una volta mi impappinai e mi fu confermato il 9 di prima. Volli ancora riprovarci dopo aver ulteriormente ripassato il testo, sicuro stavolta di farcela, ma la maestra mi disse che non mi avrebbe più interrogato e mi lasciò il 9, con mio grande disappunto e frustrazione. Poi ancora sempre verso quegli anni venne a trovarci un giorno lo zio Fausto, che distribuì a ciascun bambino, le mie sorelle e cuginetti, 10 caramelle. Purtroppo quando venne il mio turno erano rimaste solo 9 caramelle e quelle ebbi da mio zio. le mie proteste servirono a poco egli mi disse “le caramelle rimaste son queste e queste ti toccano”.

Ricordo che quella volta ero proprio arrabbiato, scesi giù nel giardino condominiale e regalai tutte le caramelle (meno una che mangiai subito…) ai bambini che stavano lì, con loro grande gioia. Un’altra volta accadde qualcosa di simile quando andai per la prima volta in India, mi trovavo all’ashram di Muktananda, in uno stato di pieno zelo, in quei mesi sentivo la forte presenza della Grazia del Guru, stavo vivendo momenti di grande enfasi spirituale. Avevo messo ‘in naftalina’ ogni altro desiderio dedicando tutte le mie attenzioni alla pratica spirituale. Un giorno fui preso da un raptus di golosità ed acquistai al chaishop (negozietto del tè) 10 monete di menta bianca, ne misi in bocca subito una, con grande avidità, poi mi diressi verso la porta dell’asharam, appena entrato vidi Baba seduto lì all’ingresso ed improvvisamente mi ricordai della mia lotta per il 10. Una mentina era nella mia bocca, le altre 9 nella mia mano. Mi avvicinai al Guru pensando “fammi vedere tu che son 10″ e tesi la mano verso di lui, Baba aprì la sua e prese nel palmo le mentine, sorrideva, io mi girai di scatto ed entrai nell’ashram senza più voltarmi indietro.

Insomma pare proprio che il 9 sia il mio numero, tra l’altro è anche il numero d’ordine della scimmia che dice: “Io sono l’esperta viaggiatrice del labirinto, il genio dell’alacrità, la maga dell’impossibile. Il mio cuore è colmo di potenti magie e sa gettare cento incantesimi. Io esisto per il mio piacere. Io sono la scimmia”. Muktananda era nato scimmia di terra del 1908 ed io son nato scimmia di legno del 1944. Buon per noi.

Intanto ritornando al 1993 continuo a sfogliare pagine e pagine sulle iniziative del Circolo, come la festa del grande cocomero o l’ostello per animali erbivori o l’ampliamento del parco del Treja o l’istituzione dell’anagrafe canina o proposte sull’energia rinnovabile o gli scavi archeologici dell’agro falisco o l’alimentazione vegetariana o l’arte e la cultura locale ed internazionale o problemi d’inquinamento da traffico o stereotipi vacanzieri su Calcata o storie sulla montagna sacra del Soratte o sul come dipingere annusando o sulla salvaguardia degli antichi mestieri o sulla filosofia dell’uomo. Insomma su tutti quegli argomenti che sono riuscito a ri-trasmettere, con fantasia e caparbietà su quasi tutti i giornali, sulle agenzie di stampa, sulle reti televisive e radiofoniche. Forse sarà ancora quella caramella che deve essere digerita, chissà.

A questo punto dovrei ricominciare a trascrivere qualcuno di questi articoli. Se lo facessi potrebbe essere un’altra prova una dimostrazione, un tentativo postumo di sentirmi gratificato… Mi sia concesso di non farlo. Mi sia concesso di essere creduto o non creduto, che tanto è lo stesso. Questo il simbolo di una volontà che non ha qualificazione, una volontà basata solo sull’immediato presente.

Paolo D’Arpini

“Dolce come il miele” – Continua la rassegna degli espositori alla Fierucola delle Eccellenze Bioregionali di Passo Treia dell’8 dicembre 2016

La migliore e più nutriente alternativa allo zucchero è il miele ed appena giunto a Treia  mi sono dato da fare per trovare un produttore locale di questa delizia che le api donano all’uomo. Lo individuai a Piangiano, una frazione di campagna, non molto distante dal centro storico e si chiama Renzo Giuliodori.

Egli è anche membro fondatore del Comitato Treia Comunità Ideale. Io lo conobbi sin da quando aprimmo la sede del Circolo Vegetariano qui a Treia e da allora ha sempre partecipato alle nostre iniziative portandosi appresso i suoi bei barattoli di oro dolce. In diverse occasioni siamo andati con i nostri amici che vengono a trovarci, in occasione delle feste istituzionali del Circolo, nella sua casa di Piangiano dove ci ha fatto assaggiare il suo vino di visciole casareccio e le melette bacate ma buone degli alberi vicino casa.

E’ sempre una gioia vedere tutte quelle belle api che gironzolano tranquille nei paraggi, salvo che una volta una di esse, forse per difendere il suo territorio, punse Caterina (che si era troppo avvicinata ad un nuovo sciame) proprio in fronte. Beh,
dicono che le punture delle api facciano bene ai reumatismi ed infatti Caterina non si lamenta mai per il mal d’ossa (magari si lamenta per altre cose).

Renzo Giuliodori non poteva mancare alla Fierucola delle Eccellenze Bioregionali ed infatti non mancherà, sarà con il suo banchetto  sotto i portici della Chiesa della Natività di Passo Treia,  l’8 dicembre 2016, per presentare il suo  miele  ed altre  preziose specialità.

Paolo D’Arpini

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Spiritualità laica, nella trascendenza e nell’immanenza

La Spiritualità Laica è sincretica nell’accettazione delle varie forme
di pensiero ma non riveste i panni di alcune d’esse, si tiene in
sospensione, in uno condizione di distacco.

Ovviamente la laicità per essere genuina deve trascendere
persino il concetto stesso di “laicità”, ovvero non deve considerare
questo atteggiamento di distacco come un prerequisito di verità.

Ciò è comprensibile  se osserviamo  la “spiritualità laica”  nel
dominio dell’esperienza diretta e quindi dell’indescrivibilità del suo
processo conoscitivo ed esperienziale. Insomma in questo senso
“spiritualità” e “laicità” sono sinonimi con i quali si tenta di
significare l’assoluta libertà della pura consapevolezza, una libertà
che non può essere mai racchiusa in una descrizione. E come  potremmo
mai descrivere il vero significato di “consapevolezza di Sé”?

Ma dal punto di vista dell’intelletto una certa “immagine” è possibile
evocarla, in quanto  la Spiritualità Laica è già di per se stessa
un’immagine, un “concetto”, in cui inserire tutte quelle forme di
“spiritualità” sperimentate dall’uomo. Siamo  coscienti di muoverci
all’interno della concettualizzazione  dobbiamo perciò far riferimento
all’agente primo  indicato  con l’idea di spiritualità.

Se partiamo dalla comprensione  di ciò che viene osservato -esterno od
interno- non possiamo far a meno di riscontrare che ogni “percezione”
avviene per tramite della mente. La mente non può esser definita
fisica, anche se utilizza la struttura psicosomatica come base
esperienziale, la natura della mente è sottile, è lo stesso pensiero,
ed ogni pensiero ha la sua radice nell’io. Quindi l’unica realtà
soggettiva ed oggettiva attraverso la quale  possiamo dire di essere
presenti è questo io.

Chiamarlo “spirito” è un modo per distinguerlo dalla tendenza
identificativa con il corpo, ed è un modo per ricordarci che la
“coscienza” è la nostra vera natura. Quell’io – o spirito- che è la
sola certezza che abbiamo, è l’unica cosa che vale la pena di
conoscere e realizzare. Malgrado la capacità proiettiva della mente,
capace di dividersi in varie forme,  mai può scindersi quell’io radice
da noi stessi. L’io è assoluto in ognuno. Allora la spiritualità è il
perseguire coscientemente la propria natura, il proprio io.
Spiritualità laica è il riconoscere questo processo   in qualsiasi
forma  si manifesti.

C’è equanimità e distacco, non proselitismo sul metodo praticato
(appendice marginale della ricerca).  Questa visione laica ha in sé
una capacità sincretica ma anche la consapevolezza dell’insignificanza
della specificità della forma in cui l’indagine si manifesta.   Si
comprende che ogni “modo” è solo un’espressione  dello stesso processo
in  fasi diverse. Il percorso  cambia con le necessità del momento e
con le  pulsioni individuali.

E’ la  sincerità, onestà, perseveranza, che importano. Non ci sono
pensieri, gesti, riti, dottrine da privilegiare.  I flussi passano la
sorgente è perenne.  Sii ciò che sei, diceva un saggio dell’India, ed
uno dell’occidente rispose: Conosci te stesso.


Paolo D’Arpini

Insensibilità, il lato oscuro della mente…

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“L’uomo non troverà pace finché non estenderà la sua compassione a tutte le creature viventi”  (Albert Schweitzer)

Immaginiamo noi stessi braccati da esseri venuti da altri pianeti contro cui è impossibile qualunque reazione di difesa; in un luogo lugubre, senza vie di fuga, dal fetore pregnante di sangue, senza possibilità di essere aiutati. Immaginiamoci spinti a colpi di bastoni e scariche elettriche verso il patibolo e accanto a noi squartati e appesi a ganci metallici i resti di nostri parenti e amici.

Ognuno di noi in qualche modo ha sperimentato la sofferenza: quella fisica di una malattia, di un incidente o dal dentista, la perdita di una persona cara, dall’impossibilità di potersi difendere da un sopruso ingiusto e doloroso.

Solo una parte irrilevante della crudeltà umana può essere ascritta ad impulsi incontrollati, la maggior parte è dovuta a superficialità o ad abitudini consolidate da insane tradizioni: “La facoltà a delegare altri a commettere ciò che ci ripugna è la causa della maggior parte dei delitti” (Seneca).

Finché i gemiti degli animali assetati, affamati, agonizzanti continuano ad essere inascoltati; finché l’indifferenza avrà la meglio nei nostri cuori, siamo tutti colpevoli. E’ la nostra coscienza ad essere messa sotto accusa, che è chiamata a rispondere di questo dissennato martirio. Ma un popolo che si nutre di sangue e di cadaveri non può avere un futuro.

Ci si chiede il perché della violenza umana, delle guerre, delle malattie, del dolore. Vittima della sua stessa nemesi carmica, che pesa e si accumula, l’uomo è destinato a pagare per ogni goccia di sangue innocente versato, per ogni vita spezzata, per ogni ferita inflitta ingiustamente  ai suoi fratelli animali.  “Finché gli uomini continueranno ad uccidere gli animali essi non cesseranno nemmeno di uccidersi tra di loro: il mondo animale si vendica dell’umanità forzandola nelle guerre a divenire carnefice di se stessa”. (Max de Saxe)

Il mondo si divide tra quelli che mangiano la carne, (ai quali non importa quello che produce questa lesiva e degradante scelta alimentare) e quelli che si astengono per senso di giustizia e di solidarietà verso le altre creature. Poi vi sono i tiepidi, gli ignavi dell’esistenza, coloro che dicono di amare gli animali ma non hanno la forza né la volontà di anteporre ciò che giusto al piacere del loro stomaco. “L’ingordigia di pietanze a base di carne è un’ingiustizia abominevole e io desidero che aspiriate soprattutto alle cose che sono un nutrimento eterno per la vostra anima”.(S. Gregorio di Nizianzo)

Le armi più terribili dell’uomo contro se stesso, contro l’evoluzione, la civiltà e la vita; sono il coltello e la forchetta. Queste sono state e saranno la nostra prima ed ultima rovina. Ma l’uomo non si vergogna a divorare ogni cosa, a nutrirsi di salme: “Una mucca o una pecora morte che giacciono in un pascolo, sono considerate carogne. La stessa carcassa, trattata e appesa in un chiodo in macelleria, passa per cibo”. (J. H. Kellogg)

Ma come ha potuto l’uomo vendere la dignità e la ragione al migliore offerente? Mettere a tacere la  propria coscienza, sprofondare in un abisso di orrore fino a considerare l’animale cosa da mangiare? “C’è forse qualcosa di più abominevole del nutrirsi continuamente di cadaveri”?  (Voltaire)

Per quietare le nostre coscienze dovremmo risparmiare sofferenza inutile agli animali che macelliamo? Chi stabilisce il limite della sofferenza entro cui è lecito infliggerla? Se fossimo noi la vittima di turno certo non saremmo altrettanto concilianti: “Perché infliggere sofferenza mentre noi stessi cerchiamo di fuggirla? Si diventa degni della salvezza quando non si uccide alcun essere vivente”. (Buddha)

Perché riteniamo sacrificabile l’animale a vantaggio dell’uomo? Se riteniamo ingiusto che una eventuale specie aliena possa interferire nella nostra vita perché riteniamo legittimo interferire nella vita degli animali? L’animale non ha alternativa: non ha alternativa la volpe che uccide il coniglio o il leone che uccide la gazzella: noi si, ed è questo che non ci assolve, che non ci giustifica, che ci condanna a subire gli effetti del dolore che abbiamo causato.

Come può un rappresentante religioso, un politico, un esponente dei diritti umani rendersi complice di una simile aberrazione? Come può mettere nel proprio stomaco lo stomaco di un animale, i muscoli, il cervello, il cuore, il fegato di un animale e non inorridire a questa idea che degrada la nostra coscienza, la nostra mente, il nostro corpo, la nostra anima, il nostro pianeta, la nostra economia e trasforma questo pianeta in un’immensa camera di tortura per animali? Quando si acquista della carne è come fare la spesa all’obitorio.

Ho visto l’indifferenza più agghiacciante degli uomini nei confronti degli animali martirizzati negli stabulari dei vivisettori: ho visto un cane leccare implorante la mano del suo carnefice. Ho visto uomini strappare le pelli ai teneri cuccioli di foca ancora in vita. Ho visto i mitici figli della giungla serrati in strettissime gabbie dove al tormento segue la pazzia. Ho sentito le urla strazianti degli animali nei mattatoi ed erano le stesse dei malati di cancro terminali. Ho capito che l’uomo è il vero e più terribile virus mai apparso sulla terra, votato alla distruzione della natura e all’annientamento della sua stessa specie, ed ho capito che favorire, sollecitare, spronare, invogliare a consumare carne è il più rovinoso dei crimini  che un individuo possa commettere nei confronti della vita. La compassione è un sentimento indivisibile: chi non lo possiede per gli animali non può nutrirlo per gli umani.

Se riconosciamo agli animali la capacità di percepire il dolore, sensibilità, intelligenza come possiamo trattarli come se ne fossero privi? E’ la deviante questione di priorità che ci assolve dalle responsabilità di ciò che causano le nostre scelte? E’ la stessa priorità che ha negato per millenni agli schiavi il diritto alla libertà e alla vita? E’ la stessa priorità che ha giustificato e che tutt’ora giustifica l’eccidio degli indio perché ostacolo agli interessi delle multinazionali? La stessa priorità che ci impedisce di aprirci verso tutto ciò che merita rispetto e non essere complici di questo inferno cui abbiamo condannato gli animali, il pianeta e noi stessi?

Tutti i giorni si perpetua sulla terra un crimine nei confronti degli animali di proporzioni apocalittiche, perche? Gli animali possono essere allevati, uccisi, torturati perché diversi da noi, cioè non sono umani, e anche se un cane ha percezioni, memoria, sentimenti superiori ad un bambino non è umano: questa è la sua colpa, e per questo può essere ucciso.

In che siamo diversi noi dagli animali se non nel corpo fisico? Ma uguaglianza imporrebbe ugual trattamento. Appellarsi alla differenza per giustificare il loro utilizzo e il loro martirio,  è la stessa motivazione che ha reso possibile i campi di sterminio nazisti in cui il diverso era cosa, da utilizzare o annullare, mentre è proprio la diversità delle cose che consente a noi di evolvere e alla vita stessa di perpetuarsi nell’universo.

Come può il macellatore, il vivisettore, il pescatore, lo spellatore di animali infliggere sofferenza e morte ed essere in pace con la propria coscienza? ritenere il proprio interesse, il proprio piacere più importante della vita e della sofferenza di un essere senziente? privare per sempre l’animale della luce del sole, dell’erba, del suo unico bene: la sua già brevissima vita ?

Se siamo consapevoli che l’animale è in grado si percepire l’angoscia, come giustificare l’arrogante ed arbitraria presunzione ritenere che la nostra vita, la nostra sofferenza, la nostra libertà sia più importante di quella di quella degli  animali al punto da ritenere legittimo mangiarseli? “Condurre gli animali al macello, farli cuocere, non per nutrirsene e saziarsene, ma allo scopo di provarvi piacere e soddisfare la propria ghiottoneria, non c’è nome per designare questo misfatto, questo crimine”. (Porfirio)

Chi ci ha autorizzato a disporre della libertà e della vita degli animali? Chi ci ha autorizzato a limitare alla specie umana il comando “Non uccidere”? Quando penso a tutto questo un profondo sconforto mi pervade, ma la speranza di un mondo più giusto mi è dura a morire nel cuore.

Franco Libero Manco

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Nazareno Crispiani, miniaturista del presepe artistico, alla Fierucola delle Eccellenze Bioregionali dell’8 dicembre 2016 che si tiene a Passo Treia

Treia – La vetrina dello studio di foto storiche di Nazareno Crispiani in Via Lanzi

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La sera del 28 novembre un piccolo gruppetto degli organizzatori della Fierucola delle eccellenze bioregionali dell’8 dicembre 2016 si è ritrovato nella Torre Molino di Passo Treia per accordarsi sul come allestire la sezione olistica e culturale che qui si svolgerà.  Erano presenti, oltre al sottoscritto, altri membri del Comitato Treia Comunità Ideale: Simonetta Borgiani, Adriano Spoletini e David Menichelli, c’erano poi Ezio Sassaroli e Francesco Compagnoni della Ass. La Torre, Andrea Mozzoni in rappresentanza dell’Avis, Fernando Pallocchini del mensile La Rucola, Andrea Cotica  e Nazareno Crispiani del Fotocineclub.

Ed è proprio del  signor Nazareno Crispiani che vorrei oggi parlarvi. Egli vive a Treia da tanti anni, avendo sposato una donna del posto, ma è nativo di Macerata.  Per hobby è fotografo artistico e storico membro del Fotocineclub Il Mulino.  Con noi ha avuto rapporti sin  dall’8 dicembre 2010, ma a quel tempo l’evento non aveva ancora il nome di Fierucola, era una giornata d’inizio dei festeggiamenti solstiziali che veniva dedicata alla memoria matristica ed alla tradizione  contadina,  in quell’occasione egli aveva contribuito ad arricchire la manifestazione con le sue foto storiche di Treia, esposte  nella Sala Consiliare del Comune, ed anche  contenute nel libro presentato quel giorno “La Figlia del Sarto” di Lucilla Pavoni (vedi immagine in calce).

Da allora abbiamo sempre collaborato con Nazareno in varie forme e  durante la Fierucola di quest’anno egli presenterà i suoi mini presepi realizzati con materiale riciclato. La prima volta li ammirai  mentre salivo in piazza, appunto nel 2010,  e  notai qualcosa di nuovo  nella vetrina di Nazareno, che si trova in Via Lanzi.  In bella mostra c’erano esposte tante simpatiche miniature lignee…  Mi fermai ad osservare incuriosito e Nazareno,  colto il mio interesse,  si  affacciò alla porta invitandomi ad entrare… Una volta dentro il negozio/studio mi  mostrò le sue opere, in sintonia con  l’avvicinarsi del Natale… Lì sul bancone c’era una moltitudine di piccole scenografie in miniatura,  risultato di un bricolage sapiente e fantasioso.

“Faccio tutto a mano usando vari materiali riciclati -spiegava orgogliosamente – tutte sostanze naturali per dare più significato e verità alla Natività”.  E sventolando alcuni ramoscelli di oleandro continuava a declamare (il suo parlare quasi una poesia..) “ecco queste sono palme….. e vedi l’acqua di questi stagni? E’ fatta con i sali antiumidità recuperati dalle confezioni per macchine fotografiche, la sabbia del deserto di Galilea è quella del nostro mare e le rocce sono i sassi di Porto Recanati… Ho raccolto questi fili d’erba secchi, queste piantine grasse sono ancora vive, un po’ di muschio, qualche pezzetto di latta per gli attrezzi… insomma ho composto questi mini-presepi usando tutti materiali di recupero…, ti piacciono?”

Ed illustrando il  processo di lavorazione continuava ad esibire varie sculturine ed oggettini prendendoli da sopra il bancone e mostrandomi anche gli incompiuti a cui stava ancora lavorando…

Tanta dovizia di particolari e di attenzioni tutte per me, unico ammiratore… Ma quest’anno potrete godere anche voi della sua fantasia creativa, infatti Nazareno Crispiani  allestirà un mini presepe nella Torre Molino e sarà anche presente con un suo banchetto sotto i portici della Chiesa di Passo Treia.   Le sue opere minuziose vi aspettano alla Fierucola delle Eccellenze Bioregionali dell’8 dicembre 2016…

Paolo D’Arpini

L’immagine ritrae in primo piano Nazareno Crispiani alla prima manifestazione da noi organizzata nella Sala Consiliare del Comune di  Treia, l’8 dicembre 2010

E tu, perché non mangi la carne…?

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Se domandi a qualcuno “Tu perché mangi la carne”? avrai, sicuramente, una di queste tre risposte:

 

“Perché  è  necessaria alla mia salute”

Se questo fosse vero come spiegare l’eccellente salute di coloro che non la mangiano e le  molte testimonianze di persone che adottando lo stile di vita vegan hanno superato gravi problemi di salute? E inoltre, sarebbero false le dichiarazioni ufficiali di istituti di ricerca in fatto nutrizionale e scienziati indipendenti, che raccomandano l’astinenza della carne per non incorrere alle molte patologie correlate al consumo di prodotti animali. Almeno un terzo dell’umanità, per vari motivi, è vegetariana, e a parte la miseria o le malattie per mancanza di igiene o per denutrizione, gode di buona salute.

 

“Perché abbiamo sempre mangiato la carne”

Questa convinzione giustificherebbe anche tutte le abitudini e le tradizioni nocive e dovremmo accettare la guerra,  la schiavitù, il furto ed ogni il crimine commesso da sempre dall’uomo. Ma non è vero che il popolo ha sempre mangiato la carne: negli ultimi 5000 anni la carne è stata un alimento accessibile principalmente alle classi benestanti, mentre il popolo la consumava solo occasionalmente. Fin dalla preistoria sono state le necessità di sopravvivenza a spingere l’essere umano a mangiare anche la carne, ma questo lo ha predisposto ad ogni patologia e all’accorciamento della vita.

 

“Mangio la carne perché mi piace”

Se fosse il piacere a motivare le azioni degli uomini la Terra sarebbe un inferno. Quando è solo il piacere a giustificare le nostre scelte alimentari non si dà importanza agli effetti che possono produrre alla nostra salute, agli animali che ingiustamente vengono uccisi, all’ambiente, all’economia, alla fame nel mondo. Giustificazione che ci porterebbe a mangiare qualsiasi cosa purché  gradevole al palato, compresa la carne umana, se non ci fosse il freno inibitore dell’etica e del disgusto. Chi pensa in questo modo e delega ad altri il compito di uccidere l’animale, perché probabilmente non ha il coraggio di farlo con le proprie mani, e probabilmente è una persona affetta da menefreghismo, irresponsabile oppure ipocrita. Se le nostre scelte fossero giustificate solo del piacere allora saremmo giustificati a stuprare, rubare, agire in modo antitetico alle regole sociali solo perché questo ci dà piacere. Su queste disposizioni d’animo non avremmo diritto a lamentarci se qualcuno, mosso del piacere che ne ricava, venisse a violentare la nostra casa e i nostri familiari.

Franco Libero Manco

Trovare se stessi agendo da “principianti”, lontano dalle religioni

Trovare se stessi agendo da “principianti”…

Credere in una religione o vivere zen...?

Credere in una religione o vivere zen…?

Lo scontento nella Chiesa è palpabile. Gli integralisti tentano di negare l’evidenza, ma il vaso di Pandora è stato aperto e stanno uscendo tutte le storture di un potere temporale che ha abusato per duemila anni di un’ispirazione divina.
Anche nella cattolica Italia del nord, un ex sacerdote ha fondato un centro di spiritualità che fa capo ad un movimento religioso americano, pur rimanendo nell’ambito della cristianità; è una chiesa che accoglie e non esclude, vissuta nella libertà di parola e di azione individuale, ma nel costante rispetto dell’insegnamento del Vangelo.

Questa frammentazione delle correnti religiose all’interno del cristianesimo è in continuo aumento e, mentre un tempo non si conosceva nulla di ciò che avveniva a qualche decina di chilometri di distanza, ora in pochi secondi siamo catapultati all’altro capo del mondo e sappiamo quello che sta succedendo là. Queste notizie corrono e la gente è disorientata. Facciamo ancora fatica a non guardare chi è diversamente religioso senza diffidenza, siamo troppo impastati nei nostri dogmi e nelle certezze che ci hanno imposto, ma in questi ultimi tempi stiamo andando alla deriva e subentra una sensazione di fallimento, di tempo sprecato tra precetti e intercessioni.

Il Papa, lui solo, sta conducendo una crociata pacifica proprio all’interno del suo stesso credo, lasciando lo spazio di redenzione per chi si sente coinvolto, contando sul buon senso e la Fede nell’Unico Dio che ci protegge, neri, rossi, gialli, bianchi.
Ma proprio nel vocabolo “D-i-o” si giocano le sorti del mondo, senza riflettere sul fatto che è una parola e che altri la leggono e la traducono in modo diverso, senza pensare che Dio è anche l’Universo conosciuto, è ovvio che pregare per l’Universo sia proprio come pregare Dio stesso. Credere questo o quello, non accettare un rito, ma un altro, ripetere certe parole e non altre, mi ricorda che se vivessimo tutti un po’ “Zen” forse potremmo capirci di più.

Impossibile spiegare a parole  cosa sia lo Zen, che non è una filosofia od un credo ma una semplice intuizione spirituale profonda; un pioniere nei cammini orientali fu Alan Watts (1915-1973), in un suo scritto spiega che vivere zen è vivere nel rispetto di quello che siamo: attori consapevoli. “Nell’Universo c’è una sola grande energia, per la quale, in verità, non c’è un nome, ma che tuttavia è stata definita con molti nomi, come Dio, Brahman, Tao, ecc… (…) la parola ‘Dio’ è abusata, urlata, tarlata e quando sentiamo ripetere nelle preghiere ‘Dio Padre Onnipotente…’, una sorta di sbadiglio sale inarrestabile dall’intimo (…)”. C’è un grande bisogno di cambiamento, ma un cambiamento vero! Quando si fa pulizia si deve spostare tutto, buono e cattivo, e fare una scelta, “separare la zizzania dal grano”!

Cosa rimane nella Chiesa del nostro vecchio cattolicesimo?

Se anche non rimanesse nulla, proviamo a pensare che tutto nell’Universo è luce e ombra e noi stessi un po’ vivi e un po’ morti. Ma la morte non è altro che energia e che è in continua trasformazione.

Ogni sonno è una piccola morte, ogni tramonto è un giorno che muore. Forse il nostro cattolicesimo sta raggiungendo un limite della fase ON/OFF.

Viviamo costantemente nell’illusione di essere e distruggiamo il potenziale della nostra vita per avere qualcosa che non farà parte di noi nell’evoluzione dell’Universo.

Capire che siamo parte di quell’unico, universale respiro aiuterebbe questa società malata ad essere più comprensiva, compassionevole e tollerante.

Se si penetra il pensiero universale, ci si rende conto di vivere in una commedia.

Ettore Petrolini disse: “Una tragedia da ridere questo nostro soffrire: si nasce per vivere e si vive per morire!”

Quale altra certezza ci offre la vita?

Vale la pena allora di rivedere i nostri stili di vita, ridimensionare le pretese e condividere le opportunità.
Non c’è arma migliore, contro l’oscurità delle persone, che essere disarmati e sorridere.
Imparare a “vivere Zen” non è facile, ma si può cominciare; per esempio si può partire dal chiacchiericcio interno, dal continuo pensiero, dalla creazione di immagini sbagliate, simboli dettati dalle paure, da visualizzazioni distorte, dai giudizi.
Fare spazio alla realtà del momento, ai movimenti del vivere quotidiano, alla preghiera costante e continua che sale dal cuore, alla gratitudine.
Lo “za-Zen” è la meditazione seduta contemplativa, è fare spazio al nulla; è la pulizia della mente suggerita da San Giovanni della Croce che, qualche secolo fa, proponeva di svuotare prima la mente da tutta la zavorra, per far posto a Dio.I cammini stanno cominciando a dare spazio proprio a questa filosofia; il cammino è importante finché è cammino, non conta la meta. E’ nel cammino che si cambia, la meta è solo la conclusione di “quel” cammino, poi, subito dopo, ne inizia un altro.
Saper guardare oltre i cinque sensi è un’altra meta da raggiungere per “Vivere Zen”.

Lao-zi, un saggio taoista,  diceva che “i 5 colori accecano l’occhio, i 5 toni assordano l’orecchio e i 5 sapori ottundono il palato”, se ci limitiamo a guardare sempre i 5 colori e a sentire i 5 toni, saremo sempre ciechi e sordi, perché l’Universo va ben al di là di questi sensi e “sentire e vedere” le sfumature aprirà la mente e ridarà pace alla nostra vita, lasciando spazio al cambiamento e al variare delle stagioni, senza opporre resistenza, senza farci rodere dal giudizio, dall’invidia e dall’egoismo.

La vera liberazione e la vera Fede sono nel sentirsi parte attiva dell’Universo, svolgendo il proprio compito ed allo stesso tempo sapendo che non “ci appartiene”. Ogni tassello del mosaico prenderà il posto assegnato, e così sia.

Franca Oberti

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(Fonte: http://www.terranuova.it/Blog/Riconoscersi-in-cio-che-e/Credere-in-una-religione-o-vivere-zenhttp://www.terranuova.it/Blog/Riconoscersi-in-cio-che-e/Credere-in-una-religione-o-vivere-zen)