“Treia, la casa della memoria…”

La casa di Treia è la casa della mia infanzia e fanciullezza, in cui c’erano un ingresso anteriore ed uno posteriore, … Io ho trascorso lì tutte le estati da quando mia madre se l’è sentita di lasciarmi sola con mia nonna Annetta e deve essere successo molto presto, fin quando lei se ne è andata. Io avevo 10 anni, allora. Quel pesante portone esterno, in quegli anni, è sempre stato aperto, e per non stare proprio in mezzo alla strada veniva tenuto chiusa invece una porta di mezzo. Io passavo le mie giornate seduta sul gradino che da sulla strada e salutavo tutti i passanti. 
 
A volte i miei mi compravano una pistola ad acqua e allora mi divertivo a spruzzare le poche auto che passavano lì davanti. Spesso veniva a trovarmi un gruppo di ragazzini: Luciano, Piero, Donello e Gerardo. Donello e Gerardo erano i figli di un appuntato dei carabinieri che viveva nell’appartamento del piano di sopra, in affitto da mia zia Augusta, e si trasferirono in un altro paese tanti anni fa, Piero se n’è andato anni fa per una qualche malattia e Luciano invece abita ancora a Treia e lo incontro spesso al mattino al bar dove andiamo io e Paolo a fare colazione. 
 
Avevo una foto bellissima, scattata da mio padre Fausto, in cui ci sono io in mezzo, con un passeggino con una bambola nera (una rarità per quei tempi) che si chiamava Carlotta e dietro questi 4 ragazzini, di qualche anno più di me e quindi più alti di me di 30-40 centimetri, tutti in calzoncini corti, ai giardinetti di San Marco. Ne avevo fatta anche fare una copia per darla a Luciano (tempo fa gliene avevo parlato e gliela avevo promessa), ma poi con tutti i traslochi e gli spostamenti di mobili, chissà che fine hanno fatto. Chissà cosa ci trovavano mai quei quatto ragazzini in quella bimbetta più piccola di loro e così fragile….. ma forse era la magia di quel portone aperto.
 
In verità non mi è facile raccontare del mio rapporto con Treia….. scrivere di Treia mi imbarazza un po’, è come scrivere del mio primo amore, è come parlare del rapporto con la madre, è un po’ come andare dallo psicanalista! La storia del mio rapporto con questo paese è praticamente la storia della mia vita e non mi sento tanto importante da scrivere un’autobiografia e cercherò quindi di estrapolare dalla memoria emozioni ed immagini che possano in qualche modo interessare chi avrà la voglia e la pazienza di leggermi. E’ una storia fatta anche di panorami e per questo sono andata a rovistare fra vecchi album di foto per accompagnare queste righe con qualche visione di oggi e di ieri perché, se è vero che è importante vivere l’adesso, quel che io sono adesso e quello che provo mi deriva dalla somma delle esperienze del passato grazie alle quali vivrò il futuro con tutto il bagaglio, leggero il più possibile, che mi porto appresso.

La casa di Treia è “la casa della memoria” e per questo quando Paolo ci è andato a vivere io e Viola abbiamo un po’ “tremato” ma lui è stato delicato, non ha neanche pensato a stravolgere l’immagine generale. Quella casa ha tante cose, tanti oggetti e ognuno ha una sua storia ed anche se di tante di esse farei tranquillamente e volentieri a meno, non riesco a liberarmene, mi sembrerebbe di fare un torto a mia madre, perché era quella la “sua” casa. E’ una storia fatta di emozioni: quando si arriva a Treia in automobile, io normalmente faccio “la corta”, la strada che passa davanti a Villa Spada (a proposito: che darei per andarci dentro, ma chissà di chi è e cosa se ne fa e se ne farà), quindi il tragitto è in salita, una salita abbastanza ripida e quindi l’auto deve essere in una marcia bassa e fa un rumore acuto, ecco, io, quando scalo la marcia e comincio a sentire quel rumore, comincio a provare quell’emozione, una specie di piccola accelerazione del battito cardiaco e come un sottofondo della mia anima che dice: ecco, la mia bella Treia! 
 
La mia bella Treia, con quel colore delle case che è il più bello, è caldo, è dolce, non è come il grigio del tufo, non è come il mattone a vista di altri luoghi; io non so che terra ci volesse e ci voglia per fare quei mattoni (ma se ne fanno ancora di quei mattoni, di quel colore, oggi?), non è come gli intonaci di vari colori alla moda, alle volte sgargianti, a  volte sbiaditi, a volte anche belli, ma il colore di quelle case per me è il più bello del mondo, e sono tutte uguali. E poi, finita la salita, quel breve tratto di strada circonvallazione che da sul panorama verso il Conero, e quella collinetta tutta spoglia ma sempre ben coltivata e quella deliziosa casetta che ci sta in cima, che darei per andare a vedere quel posto! e nelle giornate limpide il pezzetto di Adriatico vicino al monte. E’ bellissimo vedere il mare da lì, ti fa sentire che tutto sommato, il mare è a portata di mano, a un tiro di schioppo! Altra sensazione, oltre a quella di rivedere un luogo per me bellissimo, è quella del “ritorno a casa”. 
 
Ho cambiato di casa diverse volte nella mia vita ed ogni volta c’era più o meno, presto o tardi, questa sensazione che si deve per forza provare nel luogo dove dormiamo, mangiamo, amiamo, pena una dissociazione della personalità, se questa sensazione viene a mancare. L’ho provata a Spilamberto, prima ancora di andarci ad abitare, ma il luogo dove mi sono sentita quasi sempre a casa, pur non avendoci mai abitato, nel senso “ufficiale” del termine, cioè pur non avendoci mai risieduto, è proprio Treia. Ho detto “quasi” di proposito e a ragion veduta perché c’è stato anche un periodo abbastanza lungo in cui mi ci sentivo fuori posto. Sono stati gli anni della solitudine, e poi quelli della malattia e poi della scomparsa dei miei genitori. Le stanze erano troppo vuote, troppo silenziose, ed i ricordi delle feste, delle cene e dei pranzi con i miei genitori, con i parenti, molti di loro ormai scomparsi, con le amiche ormai perdute, per le strade della vita che si dividono, mi davano solo una gran malinconia e voglia di scapparmene nella mia casa “altra” di quel momento. Gli “spiriti” che sicuramente vi aleggiano, non mi facevano buona compagnia o forse non ero io una buona compagnia per loro. 
 
Anche i treiesi mi parevano ormai tutti estranei e facevo fatica anche a fermarmi a scambiare due parole con loro, anche con i conosciuti. I treiesi sono persone buone come il pane, così come era mia nonna Annetta, ma di certo non si può dire che siano socievoli, se non sei tu a fare il primo passo, è difficile che si aprano. Quando hai superato quella debole barriera sono capaci di darti tutto. Parlo poi pensando ai “vecchi”, dove per vecchi intendo anche i cinquantenni, cioè i miei coetanei, perché dei giovani di oggi non saprei cosa dire.

E così poi è arrivato Paolo, anzi, per meglio dire, sono arrivata io da lui, e ricordo che parlammo di questo paese non so perché il primo giorno, sicuramente per l’assonanza del nome con quello del fiume che scorre nel paese da cui lui proviene, e l’idea, non so se mia o sua che lui si trasferisse qui, mi ha subito entusiasmato. Non che non vedessi le difficoltà e gli eventuali problemi ma in due e due quattro, ecco che la casa è stata “resuscitata” a nuova vita, gli armadi sono stati aperti, il camino riacceso dopo anni e riparato, la legnaia riempita, alcune cose inutili o rotte eliminate (ma pochissime come dicevo prima), la dispensa rifornita, i letti rifatti e riusati. Il tempo là riprende il suo valore, di vita vissuta. 
 
Caterina Regazzi
(Brano tratto da “Treia: storie di vita bioregionale”
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