Accogliere ed essere accolti… Riflessioni all’alba dei miei 71 anni!

…ed anche quest’anno l’abbiamo sfangata, dicevano i vecchi calcatesi che erano sopravvissuti all’inverno ed entravano in una nuova estate. Ed anche io l’ho sfangata, il Collettivo Ecologista del 20 e 21 giugno is over e sono arrivato all’alba dei miei 71 anni. Di solito la prima cosa che i lettori si aspettano, dopo un grande evento, è di poter leggere il resoconto di quanto avvenuto e di come abbiamo vissuto l’Incontro. Ed ogni volta Caterina ed io guardiamo indietro e ci accorgiamo di avere così tante cose da dover raccontare che non si sa da dove cominciare.

Mi concedo perciò una digressione, lascio da parte la mia partecipazione al resoconto  (che tanto alla narrazione ufficiale ci ha  pensato Caterina: http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/2015/06/molta-voglia-di-stare-insieme-resoconto.html) permettendo alla memoria di sedimentarsi, chiarendo le immagini. E mi prendo  un momento di riflessione.

Però siccome qualcosa dovrò pur raccontare mi limito all’immediato, a quanto vissuto ieri mattina, già tornati alla routine giornaliera eravamo nel baretto vicino alla farmacia, con un tazzone abnorme di cappuccino caldo davanti e, rimasto solo perché Caterina doveva correre in ufficio per accogliere delle studentesse di veterinaria in visita di apprendistato, mi sono soffermato un attimo a leggiucchiare i titoloni dei giornaloni, quelli del potere. 

In prima pagina: “il papa raccomanda la castità, il lavoro e l’accoglienza”. Tradotto in soldoni significa: “italiani fate pochi figli, lavorate e accogliete gli immigrati”.

Mi sono sentito poco cristiano, io di figli ne ho fatti quattro con tre donne diverse, sono nonno di 6 nipotini, di lavorare per gli altri non ne ho mai avuto un granché voglia, ma non mi sono limitato a divertirmi le occupazioni non mi sono mai mancate senza -fortunatamente-dover ricorrere alla carità altrui (se non in casi sporadici). Insomma non mi sono fatto mantenere e da quando avevo quindici anni mi son sbattuto per sopravvivere. Eppure difficilmente mi sono sentito “accolto”, malgrado i miei sforzi per integrarmi continuavo ad essere considerato uno “straniero”, ovunque andassi, e non avendo mai avuto una vera “patria” sono infine diventato bioregionalista, sapendo che ovunque si manifestasse la mia presenza quella era la mia casa. Ma oggi guardandomi attorno non vedo che questi migranti, che il papa vorrebbe accogliessimo e mantenessimo (ma non a sua cura bensì a spese nostre) abbiano lo stesso atteggiamento. 

Girando per Spilamberto osservo torme di nordafricani che continuano a parlare in arabo fra loro, non si sa bene come campino oltre alla pubblica assistenza, si assembrano in capannelli e discutono di oscuri progetti, le loro donne passano dall’infanzia alla condizione di madri, circondate da numerosa prole. Nessuno familiarizza, i loro sguardi sono obliqui e distanti, appartengono ad un altro mondo, sono un’avanguardia che attende il suo turno per affermarsi, con il favore del papa e dei nostri governanti cristiani. Forse se diventassero anche loro bioregionalisti, ovvero si riconoscessero cittadini del luogo in cui vivono, integrati nella comunità e rispettosi della terra che li ospita e si impegnassero a provvedere a se stessi, allora li sentirei più fratelli e sorelle. 

Paolo D’Arpini

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