Nell’enciclica sociale ed ambientalista di papa Francesco non si intacca il “dogma” della bistecca

L’Enciclica di Papa Bergoglio (che in altri tempi avrebbe rischiato l’eresia e quindi la scomunica) supera la posizione di Giovanni Paolo II quando il 12 ottobre 1981, in un messaggio al popolo brasiliano trasmesso in cento lingue, nell’Enciclica “Laborem Exercens” ribadisce il concetto biblico: “L’uomo ha la missione, il dovere, la facoltà piena di soggiogare la terra”.

Nell’enciclica presentata  il 18 giugno in Vaticano, c’è  una storica apertura della Chiesa a considerare la natura non più mero oggetto a disposizione delle necessità e dei piaceri dell’uomo ma come un bene da preservare sia perché tutto è intimamente connesso e sia perché la distruzione della natura riflette il degrado morale dell’uomo. L’insegnamento che ne viene è l’invito ad agire in maniera più responsabile verso tutti gli esseri viventi. Concetti, ribaditi, quanto inascoltati, da decenni dal mondo laico, entrano finalmente nella dottrina ufficiale della Chiesa. La speranza è che non restino lettera morta.

Per chi fosse interessato riporto le espressioni più significative dell’Enciclica. Anche se estrapolate resta in concetto fondamentale. Alcune definizioni interessanti, altre molto discutibili.

La natura è ferita e urge un mutamento radicale della condotta, nella produzione e nei consumi; abbiamo bisogno di una nuova solidarietà universale. La coscienza della grave crisi culturale ed ecologica deve tradursi in nuove abitudini.

Non bisogna pensare alle specie come eventuali risorse sfruttabili, dimenticando che hanno valore in se stesse. Questo ci impedisce di considerare la natura come qualcosa di separato da noi o come una mera cornice della nostra vita.

Tutte le creature sono connesse tra loro, di ognuna deve essere riconosciuto il valore con affetto e ammirazione, e tutti noi esseri creati abbiamo bisogno gli uni degli altri.

Questo non significa equiparare tutti gli esseri viventi e togliere all’essere umano quel valore peculiare che implica allo stesso tempo una tremenda responsabilità.

Noi siamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime, che ci spinge ad un rispetto sacro, amorevole ed umile. Ma non dimentichiamo che esiste anche una distanza infinita, che le cose di questo mondo non possiedono la pienezza di Dio. Diversamente nemmeno faremmo un bene alle creature perché non riconosceremmo il loro posto proprio e autentico e finiremmo per esigere indebitamente da esse ciò che nella loro piccolezza non ci possono dare.

E’ evidente l’incoerenza di chi lotta contro il traffico di animali a rischio di estinzione, ma rimane del tutto indifferente alla tratta delle persone, si disinteressa dei poveri o è determinato a distruggere un altro essere umano che non gli è gradito.

Non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza e compassione e preoccupazione per gli esseri umani.

La stessa miseria che porta a maltrattare un animale non tarda a manifestarsi nella relazione con le altre persone. Ogni maltrattamento verso qualsiasi creatura è contrario alla dignità umana.

Non ci sarà una nuova relazione della natura senza un essere umano nuovo. Un antropocentrismo deviato non può cedere il passo al biocentrismo, che porterebbe a nuove problematiche.

Il catechismo insegna che la sperimentazioni sugli animali sono legittime solo se si mantengono in limiti ragionevoli e contribuiscono a curare o salvare vite umane; che è contrario alla dignità umana far soffrire inutilmente gli animali e disporre indiscriminatamente della loro vita.

Se una cattiva comprensione dei nostri principi ci ha portato a volte a giustificare l’abuso della natura o il dominio dispotico dell’essere umano sul creato, o le guerre, l’ingiustizia e la violenza, come credenti possiamo riconoscere che in tal modo siamo stati infedeli al tesoro di sapienza che avremmo dovuto custodire.

Questo esige anche di riconoscere i propri errori, peccati, vizi o negligenze e pentirsi di cuore, cambiare dal di dentro. Invito tutti i cristiani ad esplicitare questa dimensione della propria conversione, permettendo che la  forza e la luce della grazia ricevuta si estendano anche alla relazione  con le altre creature e con il mondo che le circonda e susciti quella sublime fratellanza con tutto il creato.

Possa la nostra epoca essere ricordata per il risveglio di una nuova riverenza per la vita.

Maria, la madre di Gesù, ora ha compassione della sofferenza delle creature di questo mondo sterminate dal potere umano.

Meglio tardi che mai, anche se ci si preoccupa della natura solo ora che l’acqua ci arriva alla gola. E sarà sufficiente non esagerare, continuare ad abbattere le foreste ma con moderazione, per non privarci della loro bellezza; continuare a sperimentare sugli animali ma con riguardo per la loro sofferenza; continuare ad allevare e mangiare animali senza esagerare, magari consumare carne non più di due volte al giorno, eventualmente alternata col pesce.

Ma quel’è il limite superato il quale si fa peccato contro Dio di cui parla il papa? Come è possibile parlare di fratellanza universale, di amore, rispetto e sacralità della vita e giustificare l’ingiustizia suprema della sperimentazione animale, degli allevamenti intensivi e della macellazione? L’asservimento di una specie a vantaggio di un’altra non è la legge dell’amore ma del più forte. In che si manifesta la superiorità umana se, come un melanoma per il pianeta, è la causa dei problemi? Alcune specie possiedono poteri extrasensoriali da stupire gli arcangeli: gli animali non gli esseri umani mantengono l’ordine naturale delle cose.

Noi abbiamo una visione diversa della natura: non manifestiamo amore e rispetto perché ci torna utile conservarla, ma perché riteniamo che tutto ciò che esiste sia un insieme di famiglie di esseri viventi come noi, di forma diversa ma tutti scaturiti dalla stessa sostanza. E non mangiamo la carne del corpo dei nostri fratelli animali perché ci autorizza o proibisce la Bibbia, ma perché ce lo suggerisce la profondità della nostra coscienza. Il nostro amore per la vita coinvolge inevitabilmente i nostri simili, anche se sono la causa contro cui conduciamo la nostra battaglia.

Ma era troppo passare dalle buone intenzioni dell’Enciclica a dichiarare esplicitamente che gli animali, essendo nostri fratelli, non vanno mangiati per deliziarsi il palato. Sarebbe stata una rivoluzione troppo grande per il clero che poteva vedere in pericolo i loro abituali e succulenti pasti a base di carnami.

Per aver fatto dell’antropocentrismo il suo cardine teologico la Chiesa non solo è rimasta drammaticamente indietro rispetto all’innovazione dello spirito umano, ma essa stessa è stata la causa principale che ha autorizzato l’essere umano allo sfruttamento dissennato della natura: dare valore imperituro a ciò che è scritto nei Testi questo è ciò che preclude l’evoluzione umana. La stessa Costituzione italiana dopo soli 60 anni necessità di revisione.

Attento a non toccare mai il problema della bistecca, con molta diplomazia il papa evita sempre di accomunare gli animali alla famiglia degli umani. Liberarsi dalla paura dell’innovazione per accogliere l’evoluzione imperante civile, morale e spirituale avrebbe dato al suo messaggio quel rinnovamento che poteva riscattare, anche se in parte, le colpe della Chiesa.

Solo dall’esempio del capo scaturisce la spinta innovativa dei seguaci. Come conciliare le belle intenzioni del papa con le sue cene a base di carne, cioè del corpo di quelli animali che invita a considerare fratelli? In questi giorni il papa ha chiesto perdono alle azioni disumane commesse nei confronti dei Valdesi e l’incontro si chiude con una bella cena a base dilingua al salmì. Qualche tempo fa alla visita ad Assisi rivolgendosi ad una suora, un pò sotto peso, l’avrebbe esortata a mangiare più carne. Significativo appare anche l’episodio in cui in ad un non vedente accompagnato con il suo cane guida, il papa ha salutato con calore l’uomo ma per il cane vicino che gli allungava il muso nemmeno una parola, una carezza.

Sarebbe bastata una frase, una sola frase: “Rispetto e amore anche  per gli animali. Chi ha maggiori possibilità ha il dovere di aiutare non assoggettare il più debole”, il che lo avrebbe dissociato, almeno teoricamente, dagli allevamenti, sperimentazioni, caccia, macellazioni ecc. e avrebbe risparmiato milioni di animali innocenti. Ma questo darebbe dignità all’animale che invece deve sempre restare creatura di serie B, lontano e differente dagli uomini fatti ad immagine di Dio.

Valorizzando l’animale si ha il terrore ossessivo  di togliere l’uomo dal suo piedistallo, dalla sua arrogante centralità; invece darebbe all’umanità quella grandezza spirituale invocata dai grandi Santi e Mistici di ogni tempo e paese, ai quali la Chiesa, perdendo l’ennesima occasione, evita ancora oggi di uniformare il suo insegnamento.

Un piccolo passo avanti è stato fatto, meglio di niente. Forse la vera innovazione verrà da un prossimo papa, ma nell’attesa della redenzione dell’uomo gli animali continueranno a morire. Così vanno le cose.

Franco Libero Manco

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Un pensiero su “Nell’enciclica sociale ed ambientalista di papa Francesco non si intacca il “dogma” della bistecca

  1. Attenzione! Il Papa attuale è un gesuita, la cui arte principale per raggiungere qualsiasi scopo è la dissimulazione. Questa enciclica ne è un bell’esempio.
    Anzi, dirò di più: in base alle regole della semantica, l’arte di dire una cosa per affermare il contrario, è molto usata dal “potere”, perciò dicendo “rispettate gli animali” il papa dice in realtà “sfruttateli più che potete, perché dobbiamo distruggere l’operato di Dio e sostituirlo con quello del nostro Dio, Lucifero”.

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