C’è una sostanziale differenza fra spiritualità e religiosità. La prima qualifica il Sé la seconda appartiene alla mente

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La spiritualità è naturale la religiosità è indotta

La religiosità è l’aderenza alle norme e ai dogmi  di una qualsiasi religione, quindi rappresenta un “atto di fede”, cioè un “voler credere” e mettere in atto quei dogmi e quelle norme nella propria vita. Perciò essa appartiene al dominio della mente ed è opinabile.  All’inverso la Spiritualità è la scintilla cosciente che qualifica ogni essere vivente e che nell’uomo si manifesta in forma di “consapevolezza di sé”. Quindi la Spiritualità è la vera natura dell’essere e non è condizionata da alcuna precondizione o adesione ad una etica, morale o dir si voglia. Nella tradizione Taoista questa spiritualità è  definita “Tao”, nella tradizione buddhista è chiamata “Sunya”, nella tradizione nondualistica è denominata “Atma o  Assoluto”.

Da ciò se ne deduce che   la “spiritualità”, intesa correttamente, è per sua propria natura “laica” ovvero aldilà di ogni contestualizzazione religiosa. Quindi è impensabile che un membro di una religione possa esprimere “laicamente” la spiritualità relativa a quella religione.

Vorrei  ora  chiarire il significato originario e concettuale di “spiritualità laica” che viene malamente indicato come un modo di esprimersi spiritualmente da parte di membri laici di una qualsiasi religione… In verità il termine laico derivante dal greco “laikos” sta a significare  l’assoluta non appartenenza ad un modello religioso o filosofico, e persino politico. Perciò, ‘laico’ significa  “al di fuori di ogni contesto socialmente strutturato”.

In verità la Spiritualità Laica  sta ad indicare la “spiritualità naturale”, la ricerca spontanea dell’uomo verso la sua origine, verso il  significato  misterioso della vita, tale anelito  è indirizzato verso l’auto-conoscenza.    Ad esempio la traduzione inglese di “laico” è “laymen” che significa “uomo comune” ed il termine inglese più prossimo ad esprimere il concetto di Spiritualità Laica è “awe” ovvero “meraviglia di Sé”.
Tanto per cominciare stabiliamo che “spirito” significa “sintesi fra intelligenza e coscienza”. E quindi il suo “essere”  non richiede   alcuna conferma esterna.  Ognuno afferma la propria esistenza  sulla base della sua diretta esperienza di esistere e di averne coscienza.  Non è necessario che alcuno ne dia conferma.

Non è necessario “credere” nella propria esistenza per dire “io sono”,  lo sappiamo senza ombra di  dubbio da noi stessi. Mentre per sentenziare l’assunzione di una fede o la mancanza di una fede non possiamo fare a meno di usare il termine “credo” oppure “non credo”. Se ne deduce che l’essere ed esserne contemporaneamente coscienti è naturale ed inequivocabilmente vero, mentre  sostenere qualcosa che ha il suo fondamento nel pensiero, cioè nella speculazione mentale,  è solo un processo, un concettualizzare.

Non voglio fare il difficile ma è ovvio che  nessuno dirà mai “credo di esistere e di essere consapevole” mentre per qualsiasi altra affermazione (o forma pensiero astratta o concreta) dovrà sempre usare il termine “credo in questo od in quello …  nella religione o  nell’ateismo” od in qualsiasi altra cosa a cui si presta fede…

“Io sono”  è  perciò  la verità pura e semplice ed è qui  vano  spiegare le possibili ragioni di tale “essere” giacché questo procedimento esplicativo (o interpretazione)  rientra solo nella speculazione  ed è quindi  opinabile.

Affermare  che la coscienza è il risultato della scintilla divina o il percorso casuale della materia che si trasforma in  vita lasciamolo dire ai sofisti.   “Io sono” è l’unico  fatto incontrovertibile che non abbisogna di prova o discussione alcuna. Ed è su questa base che  voglio restare. Non ha senso quindi mettersi a discutere sui “modi”…..o sulle “ipotesi”. Dico ciò per tacitare  ed evitare qualsiasi contrapposizione sulla realtà del fatto contingente da me espresso (e tutti a mente serena possono esserne consapevoli). Questa è laicità dello spirito.

La “Spiritualità”, nel senso laico, è un semplice e banale “riconoscimento” dello stato spontaneo di ognuno di noi…. coscienza o conoscenza di Sé.

Non parlo della  conoscenza empirica riferita al “piccolo sé” ovvero l’ego,  il nome forma che crediamo di essere. Anche se conoscere le caratteristiche incarnate, saper individuare le pulsioni che contraddistinguono la nostra persona, è sicuramente utile per non farci imbrogliare dalla mente, per non cadere nella trappola della falsa identità. Infatti tutto ciò che può essere descritto non può essere “noi”, ma solo la struttura funzionale del corpo/mente (nella quale ci riconosciamo).

Questo apparato psico-fisico è il risultato della commistione di forze naturali (od elementi) e di qualità psichiche (che degli elementi sono espressione). Nella multiforme interconnessione di queste energie gli infiniti esseri prendono forma…. Anche se –in verità- non si tratta di “forze” né di “esseri” bensì di una singola forza e di un solo essere che assume vari aspetti durante il suo svolgersi nello spazio-tempo.

Ma qui occorre descrivere la “capacità separativa” (maya – yin e yang) che produce l’illusione della diversità. Essa è il primo concetto che si forma nella mente (in effetti è la mente stessa) contemporaneamente all’apparire del pensiero “io”. Attenzione non si tratta dell’Io-Assoluto, l’Essere, ed esserne coscienti aldilà di ogni identificazione, si tratta invece del primo riflesso cosciente (di siffatto Io) nella mente e che consente l’oggettivazione e la percezione dell’esteriorità attraverso i sensi. In tal modo si attua il meccanismo dissociativo di “io sono questo” e quel che viene osservato “è altro”.  Così il dualismo assume una sembianza di realtà e viene corroborato dalla causalità consequenziale alle trasformazioni che si srotolano nello spazio/tempo.

Il processo formativo duale è di facile individuazione da parte dell’accorto intelletto (nel  senso di attento) ma questa considerazione è ancora all’interno del riflesso speculare della mente, per cui dal punto di vista della Conoscenza Assoluta anche questa spiegazione (o comprensione) è futile, forse innecessaria e magari addirittura fuorviante… (a causa della tendenza appropriativa del pensiero speculare) e qui ritorno alla necessità di conoscere la propria mente per non rimanere ingannati dalle sue elucubrazioni empiriche, tese cioè a dimostrare una realtà oggettiva.

Qualcuno potrebbe chiedersi a questo punto: “…Allora perché scrivere tutto ciò? Perché leggerlo?” –  Ma la risposta è banale, talvolta  prima di gettare l’immondizia sentiamo il bisogno di esaminarla in ogni particolare, in modo da non aver rimpianti dopo…  Purtroppo, in anni ed anni di volo basso, tutti noi abbiamo sviluppato un forte attaccamento alla zavorra…!


Paolo D’Arpini

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