Politica con il paraocchi – L’illusione della speranza è dura a morire…

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Le persone comuni sono anche elettori (sempre meno e l’astensione è argomento correlato al titolo di questo mio intervento) e l’elezione è il modo in cui fanno credere loro di essere liberi di scegliere da chi essere governati, mentre in realtà continueranno ad essere parassitati da un sistema oligarchico mondiale che gestisce indirettamente la politica tramite istituzioni internazionali intermedie, generalmente finanziarie e think tank, cui accedono solo persone di fiducia, ben selezionate, e quando raramente si sbagliano a valutarle e non si rivelano affidabili secondo i loro canoni, le fanno fuori con scandali su misura o morti improvvise ed accidentali. E’ tutto stabilito da tempo immemore, i politici sono in pratica impotenti, hanno margini di intervento modestissimi, sono perlopiù degli esecutori di ordini che cercano di dissimulare, e l’elettore in questo contesto conta come un giocatore di carte al cui tavolo di gioco, il mazziere è un baro professionista, le carte sono truccate, le regole del gioco possono variare a discrezione del gestore della sala giochi il quale può sbatterti fuori in qualsiasi momento o metterti a lavare i piatti in cucina e fare lo sguattero per tutta la vita per pagare di debiti contratti. Pressappoco come si sono sentiti i pensionandi dopo il passaggio della Cometa Fornero, che come tutte le comete portano sfiga.

Queste brevi premesse sono però sono condivise solo da una minoranza risibile di popolazione, essendo la stragrande maggioranza ormai intruppata in un gregge videodipendente, semianalfabeta e non in grado di leggere, documentarsi, elaborare ed articolare alcun pensiero complesso, quindi facilmente manipolabili mediaticamente, ma molto competenti nell’utilizzare gli ultimi smartphone e touch screen, infatti nonostante queste premesse, in troppi coltivano ancora la speranza, come si dice “la speranza è sempre l’ultima a morire”, di solito muore con il suo detentore, all’ultimo. Come dimostrato in ambito elettorale dal fatto che ancora in troppi si recano a votare convinti che il loro voto possa contare e cambiare le cose. Anche se occorre riconoscere che l’astensione aumenta sempre più, segno evidente che la speranza nella politica è in vistoso calo. La speranza in cosa? E perché?

Occorre subito precisare che di solito la speranza è malriposta, in quanto si ricorre ad essa come rimedio psicologico ad una situazione avversa e che si percepisce come sovrastante e potente, difficilissima da contrastare, sentendoci impotente ad affrontarla e risolverla con le nostre sole forze, soprattutto se riguarda le istituzioni politiche e burocratiche, e noi in Italia ne sappiamo qualcosa. L’esempio sopracitato della riforma Fornero è un esempio calzante. Ed allora ecco che si coltiva la speranza, come sempre mal riposta, nello Stato, questa entità astratta composta perlopiù da parassiti al servizio dell’alta finanza internazionale che pianifica le nostre vite schiavizzandoci, che è la causa dei nostri mali, per il modo come è ormai impostato da troppo tempo, dovrebbe, contraddicendo se stessa ed in modo quindi incoerente, risolvere gli stessi problemi che ha causato. La logica stride, ma si sa che la logica non appartiene alla speranza, quest’ultima essendo più un’illusione, un inganno autoreferenziale, che non uno strumento psicologico di difesa che abbia qualche seppur minima possibilità di avere successo venendo esaudita.

Quindi la stragrande maggioranza della popolazione ripone ancora, nonostante tutto, fiducia nello Stato, che possa risolvere i problemi che lui stesso (seppur in modo mistificatorio e dissimulato), ha causato. Ed infatti le proprie istanze vengono riposte nelle mani di quei politici che si oppongono momentaneamente al governo in carica, nell’attesa di poter poi governare vincendo le elezioni, in tal caso perpetuerebbero pressappoco gli stessi comportamenti, le stesse scelte obbligate, non avendo margini di manovra se non per qualche modesto bluff di effimera durata. Anziché scendere in strada, piazza, ed in ogni altra sede idonea a manifestare il proprio dissenso, protestando con veemenza, esprimendo il giusto risentimento ed incanalando l’aggressività in forme evidenti ed efficaci, preferiscono delegare ancora, e poi ancora, ad un’inefficace politica rappresentativa, con qualche comparsata in televisione, dove sentirsi importanti e famosi per pochi istanti, nei quali si crede di poter essere ascoltati paternalisticamente dai padroni del vapore, con la “vana” speranza di ottenere qualche risultato, almeno per se stessi se non per la categoria che si presume di rappresentare. Non contano nulla i sindacalisti, figuriamoci coloro che si improvvisano “rappresentanti” di istanze di gruppo, incanalati e narcotizzati da trasmissioni tv che hanno proprio lo scopo di catalizzare e sedare le tensioni, rendendo innocui i più facinorosi, corrompendoli, fagocitandoli, investendoli di gloria effimera a tempo determinato.

La speranza in ultima istanza è quel sentimento che ti frega, soprattutto nei confronti del potere, il quale è molto materialista, vive di quello che produci e ti sottrae linfa vitale, cioè si impossessa gradualmente tutto ciò che hai accumulato con una vita di sacrifici, perché è questo il suo scopo, lo è sempre stato fin dalla notte dei tempi, da quando l’umanità si divise in chi possiede il potere e chi è sottomesso e reso schiavo. Quando la cosiddetta investitura divina, a causa dell’illuminismo, non funzionò più per convincere i sottomessi a rimanere tali, allora si ricorse alla politica finanziaria e monetaria per perpetuare il dominio e la schiavitù. Se si potesse eliminare di colpo la facoltà delle élite di creare denaro dal nulla, e di accedere al denaro secondo la posizione gerarchica di vicinanza ed accesso alla cosiddetta “stampante monetaria, che consente di accumulare altro denaro partendo dal denaro inizialmente reso disponibile (creando cioè denaro dal denaro e non dal lavoro e dal rischio imprenditoriale), il giogo finirebbe in brevissimo tempo. Ma questi concetti sono intrasmissibili alla massa, che di economia non capisce niente, che continua a nutrirsi di vane speranze preconfezionate e pianificate, orientate mediaticamente e di puro intrattenimento.

Quando ancora vi era saggezza popolare era diffuso un proverbio che trasmette tuttora un chiaro incontrovertibile concetto: “chi di speranza campa, disperato muore”.

Meglio divenire consapevoli che la speranza è in realtà un’illusione che ci consente di astenerci dal responsabilizzarci e che perpetua il gioco della delega ad altri della soluzione dei problemi, col risultato di soggiogarci.

Claudio Martinotti Doria

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