Vegani, di buon cuore ma antipatici….

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“L’amore è la follia dei saggi e la saggezza dei folli”

Per alcuni i vegetariani sono in qualche modo sopportabili, mentre i vegani sono proprio antipatici e a  volte  urticanti. Considero questa opinione un fatto del tutto fisiologico, che si ripete ad ogni innovazione che mette in crisi il proprio modo di pensare e di agire, specialmente se richiede la rinuncia a certi piaceri consolidati. E, come diceva John Stuart Mill, filosofo ed economista britannico, “Ogni innovazione è caratterizzata da tre fasi: prima la derisione, poi la considerazione ed infine l’accettazione”.

Essere vegan significa avere una percezione più ampia della vita, significa includere nella sfera dei diritti anche gli animali; significa vivere secondo il principio non fare ad altri ciò che non vorresti per te stesso; vivere secondo il comando “Non uccidere”; significa valorizzare la vita in tutte le sue manifestazioni; significa avere maggiore sensibilità d’animo, maggiore responsabilità verso se stessi e verso il contesto naturale; significa nutrirsi secondo quanto previsto da Madre Natura per noi umani/frugivori; significa non rendersi complici del martirio degli animali, della distruzione delle foreste, della fame nel mondo, dell’inquinamento generale, dello sperpero di risorse naturali.

Per contro essere carnofili significa essere affetti da “menefreghite”, considerare più importante il piacere del proprio palato del dolore e della vita degli animali; significa vivere secondo la legge primordiale  di mors tua vita mea; significa infischiarsene di quello che producono le nostre scelte alla nostra salute, alla nostra coscienza, al nostro ambiente, alla nostra  economia.

Accettare di buon grado la scelta di chi mangia animali? La nostra coscienza ci porta a sentire gli animali come nostri fratelli, come componenti la nostra famiglia, come parte di noi stessi.  Essere concilianti con chi considera lecito uccidere e mangiare un animali è per noi una ferita, perché siamo coinvolti fin dal profondo, condividiamo, percepiamo sulla nostra pelle il loro dolore: come se una parte di noi stessi fosse umiliata, torturata, uccisa. Non chiedeteci di essere accomodanti con chi indirettamente ci causa di tormento. Se fosse vostro figlio o fratello ad essere martirizzato, fatto a pezzi e cucinato per il piacere del nostro palato certo non accettereste di buon grado le nostre scelte.

Franco Libero Manco

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