Tuttologia e il trionfo dei social network…

L’articolo di Mauro Portello, che segue, scritto in linguaggio non facilmente accessibile, credo volutamente, è occasione per tornare su un argomento già trattato, ma mai abbastanza: l’ignoranza degli italiani, che tramite i social network hanno l’opportunità di manifestarsi senza limiti autoincensandosi e perpetuando la convinzione di essere superiori agli altri con ricorso alla parresia cazzeggiante, apoteosi della logorroica tendenza italica alla tuttologia, mediaticamente indotta, in modo da creare un frastuono assordante e cacofonico nel quale il criterio del successo è nel gridare più forte sovrastando tutti i suoni disarticolati emessi dai concorrenti. Motivo per cui non mi sono mai iscritto ad alcun social network, ritenendo che il silenzio o una comunicazione sommessa possano essere più significativi e profondi.
Claudio Martinotti Doria

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Il triangolo dell’incultura

Si diceva, prima, sottosviluppato a uno che non sapeva le cose, che non capiva i nessi e non argomentava opinioni. Se eri sottosviluppato eri tagliato fuori dal consesso, si diceva, civile. Non eri nella polis, eri un alieno, un barbaro. Insomma, uno sfigato. Ora, tutti immersi nel liquido amniotico di internet, si scopre che il non sapere le cose, non capire ecc., pare essere una realtà estremamente diffusa e per tanto, in qualche modo, condivisa e accettata. Questo non tocca le anime belle che popolano la rete, quelli che la usano con buona educazione e garbo, quelli che hanno una piena comprensione di un testo scritto di media complessità (gli italiani, come è noto, sono il 7-8%), che si rivolgono ai loro pari “equilibrati” con intelligenza e sensibilità. I “dannati della rete”, invece, ne fanno terra da percuotere su cui lanciare il loro tam-tam di messaggi anonimi se serve. Per aizzare gli animi, far fuori individui, violare il privato ruttando miseria. Poi c’è la fascia middle, un po’ questo e un po’ quello. Ma tutti messi insieme…

I destini individuali sono certamente un’altra cosa, ognuno vive nella propria intimità le sue consapevolezze. Le persone percepiscono quando non sanno e non sanno capire, vedono quando si incastrano nella propria mancanza di capacità argomentativa. Ma il flusso sociale in cui viviamo ci impone di tacere e negare i nostri deficit e di affermare comunque, nonostante tutto, una qualche nostra statura. Assumiamo l’imperativo assertivo del “devo crederci”, ribadito ossessivamente dagli allenatori delle squadre di calcio alla vigilia di tutti i match, e ne facciamo una bandierina da sventolare sempre e ovunque per tenere alto il nostro “nomignolo” (Altan). Io devo credere in me stesso (come Messi) perché solo così io-Messi posso affrontare e superare le sfide. Messi ci crede, io ci credo. Tutti ci crediamo. Come se si trattasse di costruire la forza della volontà a prescindere dai contenuti di questa forza. Come fanno gli eroi invincibili della Marvel. Come se bastasse dirle le cose per metterle al mondo.

Spostare la forza ideativa della propria fantasia nel corpo durissimo della realtà effettiva è forse uno dei passaggi psichici più ardui. Le complessità che una simile azione richiede sono vastissime, per questo ci mettiamo tanto tempo a crescere e diventare adulti, perché l’apprendistato è lungo e difficile. Solo che noi non viviamo in vitro, questi percorsi li dobbiamo compiere in un contesto reale estremamente “sporco”, ci tocca lavorare tra difetti, mancanze, sbagli, assenze, incomprensioni e, strada facendo, abbiamo bisogno di incoraggiamenti e gratificazioni, e se questi tardano a venire o non arrivano proprio, nascono ulteriori complicazioni e intoppi. Il tutto per raggiungere una conformazione adulta della nostra personalità.

Dire “io ci credo” per molti è un affar serio. Credo a che cosa? A ciò che non so? A quello che non sono capace di fare? A un’opinione che non so argomentare? Lo scioglimento delle vite in una realtà generica e onnipresente, modesta e ripetitiva, stimolante al ribasso, in cui si è comunque ammessi, a cui si può accedere con una dotazione tecnologica e risorse economiche irrisori, viene spesso scambiato per una approvazione sociale tout-court. Ci sono anch’io, e qui, in questo “consesso civile” nessuno mi chiede di essere capace di questo e di quest’altro, di parlare bene, di saper ragionare con idee complesse, di conoscere la Storia e la Storia dell’Arte. Sono ammesso, tanto basta. Perché perseguire un “perfezionamento” di me se la mia versione “grezza” può funzionare bene in questo mondo, che è globale, cosmopolita, internazionale, fico. Le fidanzate (tante e a buon mercato) le trovo in rete, amici a volontà nei social, che mi frega delle… “argomentazioni”, basta essere in tanti, siamo in tanti, una forza invincibile, la forza del sottosviluppo.

“Dopo una violenta lite bagna con del liquido infiammabile la sua compagna incinta e le dà fuoco. È successo a Pozzuoli, in strada, in via Vecchia delle Vigne 68. Ora la donna, 38 anni estetista, è in gravi condizioni al centro Grandi ustionati dell’ospedale Cardarelli” (“Repubblica.it”, 1 febbraio 2016).

Giustappongo consapevolmente questa notizia spaventosa appena letta per farla stridere con la relativa quiete delle riflessioni precedenti fatte a tavolino. Scelgo questa tra le infinite possibili dello stesso tenore. Lo faccio perché non è difficile immaginare che quell’uomo (un italiano, poco importa) avesse il suo bravo account Facebook e tutto il resto. Perché non è difficile immaginare in che mani circoli lo strumento di comunicazione più libero (diciamo) del mondo. E per veicolare che cosa?

Questo è il punto: il problema della parresia, cioè della vanvera cosmica. Senza i filtri di una qualche dignità culturale è sempre più difficile convincersi che si innalzi il “coefficiente di dignità” nei rapporti tra gli individui. Il venir meno delle discipline culturali (ideologie, etiche, convenzioni sociali) e l’esercizio di un individualismo “puro” come quello che si produce in rete favoriscono la formazione di un amalgama tossico in cui la “forza del sottosviluppo” diventa una massa critica disgregante.

La recente inchiesta Censis-Treccani sulla Trasmissione della cultura nell’era digitale, presentata a Roma lo scorso 11 febbraio, rileva infatti quanto insidioso sia il processo di disintermediazione subito dai “garanti del sapere (i maestri, gli autori, le biblioteche)”. Se i singoli individui si rivolgono direttamente, senza strutture di mediazione appunto, alle informazioni messe a disposizione dalla rete “è concreto il rischio che, facendo ciò, si finisca per soprassedere ai doverosi ‘controlli di qualità’ delle fonti e si finisca per ridimensionare l’autorità di figure fondanti del sapere, come l’insegnante, e di istituzioni culturali e agenzie formative, come la scuola e la casa editrice.”

Qui, in medias res, la coscienza dei fenomeni c’è: penso, ad esempio, a Schiume di Peter Sloterdijk (la terza delle sue Sfere, Raffaello Cortina 2015), a Il cerchio di David Eggers (Mondadori 2014), a Purity di Jonathan Franzen (prossimamente da Einaudi), a Panorama di Tommaso Pincio (NN Editore 2015). Ma è la loro fisicità che si espande, è il livello dell’acqua che sale alla gola, i numerosi casi di ipossia culturale che preoccupano. Chiedete agli insegnanti, coloro che sul campo delle relazioni educative vivono e lavorano.

Gli scenari collettivi sono in piena trasformazione, i sistemi ideali novecenteschi superati, la fisionomia del soggetto del cambiamento (la “composizione di classe”) è rarefatta e fluttuante, a tratti appare compatta, poi di nuovo si fluidifica, gli antagonismi ci sono, ma sono difficilmente riconoscibili a meno di non usare i ferri vecchi di una politologia divenuta improbabile. Le identità friabili consegnano sempre più gli individui a se stessi e questo per una persona – bassa, media o alta che sia –, significa volteggiare senza rete sul vuoto. Sembra proprio la grande ipnosi dell’Infinite Jest di David Foster Wallace. E il bello è che “l’epoca che genera questo modo di vedere, il modo di vedere dell’individuo isolato, è proprio l’epoca dei rapporti sociali finora più sviluppati”, lo diceva Karl Marx nei Grundrisse, nel secondo Ottocento (Vitaliano Trevisan l’ha usato come esergo ai sui Quindicimila passi, storia esemplare di un isolamento). Forse di passi avanti ne facciamo troppo pochi.

Il rischio che la prima idea bislacca che passa, meglio se muscolare, diventi presto un culto c’è. Migliaia di adolescenti stanno aprendo le braccia ai marpioni populisti di turno che piovono da dentro e da fuori Italia, e vorrebbero farne un boccone. Gli servono, pensa che bella novità, masse incolte (non minoranze garbate), meglio se imberbi, da lanciare, per esempio, contro le migrazioni.

Sottocultura, sottosviluppo e sottovalutazione, è l’eterno minaccioso triangolo dell’incultura.

Mauro Portello
Fonte: http://www.doppiozero.com/

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