Laicità e verità – Manifesto per una “anarchia” spirituale

Controllando sul vocabolario l’origine etimologica della parola “laico” viene fuori una cosa sconcertante… “Laico”, dal latino “laicus” di derivazione dal greco “laikos” significa “del popolo, profano, estraneo al contesto strutturale sociale e religioso”, opposto a “clerikos” (dal greco) “del clero”!

Tutta la storia è stata scritta dal patriarcato, ed anche il significato delle parole, tant’è vero che le antiche simbologie sono state descritte in negativo. Il fatto che la parola laikos in greco esprima un giudizio negativo aiuta la mia teoria….. Avvenne lo stesso per i pariah (o fuori-casta) indiani, così disprezzati dagli ariani (patriarcali). Sia il laico che il fuori-casta erano esclusi dalla società civile, costituita in termini di classe e censo (dal padre). Altrettanto essi erano considerati estranei alla cultura religiosa ufficiale (e quindi opposti al clericos ed al bramano).

Ad esempio nel sud dell’India, meno toccato dalla cultura patriarcale, si mantennero i culti dedicati alla shakti (energia femminile) in cui non vi è uno specifico sacerdozio costituito. Tutto ciò fa supporre che l’emarginazione sociale ed il dis-rispetto subito dai laici in Grecia,- o dai pariah in India-, (ritenuti apolidi, popolino basso ed ignorante) era senz’altro l’effetto della emarginazione finale nei confronti della cultura espressivamente libera e della spiritualità non gerarchizzata del matrismo.

Tra l’altro sia in Grecia, come nell’area dravidiana del subcontinente indiano, resistette (Creta ne è un esempio) un lembo matristico. La lotta di costume e di pensiero fra patriarcato e matrismo era ancora in atto ai tempi in cui fu coniato il termine “laikos” e “pariah” dalla cultura patriarcale che stava avendo il sopravvento sull’altra.

Parlare di “Spiritualità laica” corrisponde al parlare di “Spiritualità naturale”, ovvero una spiritualità non strutturata in alcuna forma di credo ma basata sull’intuizione spontanea dell’uomo, entrambe queste definizioni evocano la stessa identica cosa: la capacità di percepire in se stessi, senza tramiti, la presenza dello Spirito, una sintesi fra coscienza ed intelligenza.

Oggi il termine “laico” è sostanzialmente travisato ma è sicuramente preferibile restituire a questa parola la sua valenza piuttosto che condannare il termine in se stesso perché usato malamente, in questi ultimi anni, dalla “cultura laicista” in contrapposizione a quella “clericale”. Altrimenti facciamo come i tedeschi che oggi condannano la Svastica, per l’utilizzo fattone dal nazismo, dimenticando le migliaia di anni –ancora adesso- di sacralità simbolica (in molte parti del mondo) in cui la Svastica è l’emblema dell’energia creativa e della pace.

Perché darla vinta a chi storpia il significato invece di correggere le devianze (opera di strumentalizzazione)? Occorre restituire valore-verità al simbolo della Svastica, facendo altrettanto con la parola “laico” che è stata storpiata -nel significato profondo- dalle ideologie politiche e religiose, ma che non merita di scomparire dal nostro vocabolario. Spiritualità laica è espressione di autonomia di pensiero, un’espressione priva di connotazioni (…del popolo, estranea ad ogni  costrutto sociale e religioso..), insomma libera!

Paolo D’Arpini –  Circolo Vegetariano VV.TT.

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Nuova medicina – La miglior cura è l’ascolto

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“….  quando i teosofi, circa 100 anni fa, iniziarono a parlare di disturbi psicosomatici i medici li derisero… LA NUOVA MEDICINA psicosomatica dovrà lottare ancora a lungo per imporre la visione della realtà……. “ ( BdB – “ Singapore-Milano-Kano “ – ed. 1976 – pag. 244 – Dal sito “Teosofia – Bernardino del Boca”  http://www.teosofia-bernardino-del-boca.it/categorie/medicina-nuova-medicina/)

Testamento per una NUOVA MEDICINA” è il titolo del libro del medico tedesco Rike Geerd Hamer.

Il dr. Ryke Geerd Hamer, dopo il trauma psico-biologico subito da lui e dalla moglie, anch’ella medico, a seguito dell’uccisione del loro figlio Dirk, scoprì le cause di molte malattie oncologiche e oncoequivalenti, e delle relative correlazioni tra psiche-cervello-organi, attraverso l’ascolto del racconto del vissuto-percepito-sentito dei suoi numerosi pazienti.

Nello stesso sito sopra citato sono anche indicate le ricerche riguardanti la geoingegneria – effettuate da Bernardino del Boca negli anni settanta del secolo scorso per conto di una rivista scientifica per soli medici – quelle relative all’aids, alle vaccinazioni, alla genetica-epigenetica, al vegetarianesimo, alle scienze economico/finanziarie, ecc.

“L’ASCOLTO E’ IL FUTURO DELLA MEDICINA”   di Umberto Veronesi

“… dobbiamo polarizzarci su nuove posizioni. Il fine, il destinatario di tutta questa ingente operazione è la persona, è l’uomo, è la donna , che abbiamo sempre tenuto un po’ sottotono. Invece io credo che dobbiamo pensare alla medicina della persona. Avrete notato che non ho parlato di pazienti né di malati perché davanti a noi abbiamo la persona nella sua globalità, il suo carattere, il suo temperamento, le sue emozioni, le sue aspirazioni, le sue frustrazioni: questa è la persona che noi dobbiamo conoscere se vogliamo curarla correttamente. E’è indispensabile quindi recuperare qualche elemento della vecchia terapia olistica che va da duecento anni avanti Cristo sino ad oggi. Era un vecchio tipo di medicina che considerava il corpo umano inscindibile, considerava l’uomo. Poi nel 1600 sono iniziate dal punto di vista medico le autopsie. Abbiamo cominciato a capire che il corpo umano è una sommatoria di organi inclusi in un involucro che è la nostra pelle ed è incominciata l’analisi della medicina e delle terapie d’organo che ha avuto successi enormi perché si è approfondito per ogni organo, ogni cellula, ogni più piccola frazione del nostro organismo, tutta una quantità di informazioni che ci hanno fatto raggiungere la medicina di oggi, l’avanzamento medico scientifico di oggi che però ha creato una scissione tra il corpo e la mente. Polarizzandoci solo sugli organi abbiamo un po’ tralasciato il tema del pensiero dell’uomo quindi bisogna nella medicina del futuro ritornare al vecchio pensiero platonico. Platone diceva che bisogna curare l’anima per curare il corpo, l’anima, in greco la psiché. Bisogna curare il pensiero, i. cervello, il modo di sentire le cose perché quando una persona si ammala in un organo certamente quello si può curare e ma poi la malattia viene percepita ed elaborata nel cervello, nel pensiero e lì rimane a lungo. Dico sempre ai miei colleghi : è facile togliere un nodulo al seno ma è difficile toglierlo dalla mente, lì rimane per mesi, per anni e fin quando non è completamente scomparso la guarigione non è completamente realizzata. Dobbiamo pensare alla guarigione fisica ma anche a quella mentale della malattia e quindi abbiamo pensato che bisogna instaurare un nuovo rapporto. Bisogna che i medici si rapportino con il paziente in una maniera diversa, più dialogante, più profonda, più conoscitiva per avere la sua fiducia.

La fiducia del paziente non si ottiene con la firma di un modulo di consenso informato. Quella firma non serve a niente. E’ è una forma che serve di più al medico che al paziente stesso. Il paziente ha bisogno di conoscere, di sapere, ha bisogno di dialogo e quindi io dico sempre che bisogna saper ascoltare. La forza dell’ascolto è incredibile nei rapporti tra medico e paziente. E’ nata così la medicina narrativa. Nessuno di voi probabilmente sa cos’è la medicina narrativa: è una nuova branca della medicina molto interessante perché il medico si mette vicino al paziente e gli chiede di narrare la sua vita, non i suoi sintomi, non i suoi disturbi, ma la sua vita perché noi davanti al paziente che dobbiamo curare dobbiamo sapere chi è. Non possiamo curare il paziente come cureremo il nostro cagnolino. Dobbiamo sapere chi è. iI paziente narra la sua evoluzione dalla sua giovinezza, le sue aspirazioni, le sue frustrazioni, il suo senso della vita, il suo concetto della morte e così via.

Ora noi saremo dei buoni medici conoscendo la persona che abbiamo davanti a noi. Sapremo quale sarà la terapia corretta, quale potrà essere accolta o non accettata e quale sarà il dosaggio giusto di tutte le nostre terapie per quel paziente in quelle condizioni. Io credo che la medicina dell’ascolto sia fondamentale. Dico sempre ai miei medici: se un paziente vi fa un cenno per chiedere qualcosa fermatevi e ascoltatelo fino in fondo perché è un suo diritto di parlare ai medici in maniera libera ed è un dovere del medico ascoltarlo. Noi medici siamo al servizio dei nostri pazienti e dobbiamo ascoltarli perché L’ASCOLTO E’ IL FUTURO DELLA NOSTRA MEDICINA.

Ascoltare i pazienti è un dovere, è un diritto dei pazienti di essere ascoltati, è un allargamento intellettuale di chi l’ascolta, del medico , ed è, soprattutto, a mio parere, una manifestazione d’Amore per il malato.”  (Stralcio  dell’intervento del prof. Veronesi:   http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Video&key=3473&vKey=4504&fVideo=4)

In sintesi il prof. Veronesi afferma che la medicina del futuro non si dovrà interessare solo delle analisi e delle indagini di laboratorio ma anche dell’ascolto del vissuto-percepito-sentito delle persone. Ed inoltre ha detto che  occorre “ridurre la chemioterapia fino ad eliminarla. Il principio della chemioterapia è la distruzione delle cellule, da cui gli effetti collaterali tanto temuti. Dunque sicuramente il suo utilizzo va limitato e non ampliato.”.

Alcuni anni fa  la prestigiosa rivista scientifica “Nature” ha pubblicato che, in alcuni casi, la chemioterapia può addirittura favorire la crescita di cellule cancerogene. I ricercatori, in attesa di un nuovo farmaco che limiti gli effetti riscontrati, consigliano i medici di diminuire le dosi di queste cure.

Gli studi teosofici privilegiano da sempre la ricerca delle cause delle malattie in quanto , attraverso la comprensione delle cause, si può ampliare la conoscenza di se stessi e facilitare una più corretta diagnostica che diventa, conseguentemente, parte importante delle eventuali infinite scelte terapeutiche .

Paola Botta Beltramo – OTS – Biella

 

 

Salvaguardia del suolo e produzione del cibo quotidiano


Sono agricoltore di scuola e tradizione organica, agronomo e storico
autodidatta che, oltre alla pratica empirica, ricerco e studio da
decenni la mia materia, l’Agricoltura.

Che non intendo solo come semplice coltivazione biologica o
biodinamica dei campi, o un settore economico del vigente sistema di
mercato capitalista globale, ma nella sua piena accezione originaria
latina del termine il quale significa: cultura dei campi coltivati,
ossia arte/mestiere, scienza, società, economia e spiritualità;
cultura del rapporto diretto tra uomo e madre terra, tra humanus e
humus, rapporto di humilitas, virtù opposta alla superbia: l’uomo è
terra e tornerà inumato alla terra come ceneri di azoto, fosforo,
potassio …

La mia conoscenza agronomica ed ecologica segue la linea storica che
va dai cacciatori-raccoglitori agli allevatori e coltivatori, in cui i
primi si evolsero, tutti anche artigiani, migliaia di anni fa, creando
quella cultura dei campi coltivati, arrivata sino a noi pochi decenni
orsono, come Civiltà Contadina. Non la civiltà urbana, perché gli
agricoltori non vivono nelle città e quella rurale le fu sempre
parallela e complementare.

I primi scrittori di agricoltura dei quali sono rimaste le opere sono
latini e riportano, a loro dire, un sapere che già fu loro tramandato
da tempi remoti. Ad uno di questi letterati agronomi si deve la
definizione originale dell’Agricoltura: “Non solo è un’arte, ma anche
necessaria e di assoluta importanza; ed è anche scienza, di quello che
sia da coltivare e produrre in ciascun campo, affinché la terra renda
in perpetuo il massimo dei frutti”.


La sostenibilità agro ambientale che oggi andiamo cercando era già
caratteristica degli antichi fondi agricoli, complessi organismi
viventi, unità di ecosistema coltivato, che riproducevano i cicli
perenni e rinnovabili di quelli naturali e selvatici.

Nel medioevo solo i monaci cistercensi mantennero memoria e pratica
dell’Agricoltura classica, sino a che, nel Rinascimento, il corpus di
testi noti nell’insieme come De Re Rustica furono riscoperti e
rivalutati e divennero il fondamento della nuova scienza agronomica
europea, la quale fu diffusa, nei secoli successivi, da diversi autori
e scuole che ne ripresero e rielaborarono principi e contenuti, sul
modello della villa rustica autosufficiente romana, diversa dal
latifondo schiavista.

Quindi, intorno alla metà dell’Ottocento, l’Agricoltura organica,
giudicata arretrata, superstiziosa e legata all’ancien regime, di cui
era il fondamento dell’economia, fu sconfitta a livello accademico e
politico dal materialismo scientifico, il quale vi oppose il
“progresso” dell’agrochimica inorganica ed industriale moderna che
oggi predomina.

Nonostante i profondi cambiamenti politici, culturali, sociali ed
economici portati dalla rivoluzione liberale borghese nell’800,
l’agricoltura organica tradizionale è però sopravvissuta resistendo
nelle campagne non solo sino a pochi decenni fa, ma è continuata, in
forme e metodi aggiornati come contemporanea agricoltura biologica e
biodinamica.

Dalla fine anni ‘70 si parla inoltre di agricoltura permanente, o
Permacultura e di Agro-ecologia, che non sono affatto nuove scienze,
ma hanno radici profonde sino a quei cacciatori raccoglitori da cui
tutto ebbe origine e si inseriscono quindi in un filo conduttore
storico e millenario di tempo ciclico, e non lineare di sviluppo
illimitato e del sempre più nuovo che avanza.

Questo per il semplice motivo che le cosiddette leggi naturali , le
quali sono dedotte e misurate dall’osservazione dei cicli rinnovabili
e perenni di energia solare e materia vivente, sono immutabili nel
tempo e il rapporto uomo-terra madre non se ne discosta, né può farlo,
senza uscirne dai suoi parametri biologici, fisici e chimici, andando
contro natura.

La catena alimentare è per noi umani di latitudini temperate la catena
del pascolo e del detrito, formata da anelli che sono agganciati l’un
l’altro in interrelazione e che non possono essere infranti dall’uomo.
In particolare, l’anello tra vegetali ed erbivori ruminanti, che
trasformano la materia vegetale in humus fertile, è il fondamento
dell’agricoltura organica. Oggi abbiamo sostituito l’humus fertile con
i concimi chimici, tolto agli erbivori ruminanti la loro funzione
primaria, li abbiamo rinchiusi in allevamenti intensivi come macchine
da carne e da latte e il loro letame è considerato rifiuto
industriale, carico com’è di residui di antibiotici.
Altre considerazioni per completare il quadro del mio discorso.

L’agricoltura organica tradizionale ed i suoi modelli sono finiti in
secondo piano e progressivamente il loro impianto si è disgregato,
colpiti al cuore da leggi, burocrazie e tasse del sistema di mercato
capitalista “liberale”ed industriale, basato sul profitto e lo
sfruttamento e non più sulla rendita. Sono mutati paesaggi, società ed
economia, in modo definitivo dalla seconda metà del secolo scorso, ma
questo processo era iniziato, lento ed inesorabile almeno cent’anni
prima, qui in Italia, alla sostituzione del sistema monetario aureo,
sovrano e stabile, legato al valore del grano e del pane, delle merci
artigiane, dell’economia produttiva reale, con quello cartaceo a
inflazione e debito illimitato, utile solo alla speculazione
finanziaria e usuraia.

Culture rurali millenarie non si abbattono così facilmente con una
rivoluzione da parte di una minoranza di ricchi borghesi e
neoaristocratici che conquista il potere: per cambiare il paradigma
mentale dell’uomo, strappandolo dalle sue radici native in natura,
dalle sue conoscenze pratiche e modo di vita, è occorso un
condizionamento applicato a più di una generazione, sino a cancellare
ogni memoria storica e recidere il filo che unisce uomo a Natura.
Molto più difficile è riallacciare ora questo filo.

Il nonno contadino è distante anni luce dai nipoti cittadini, come lui
lo era già, pur molto meno, da suo padre e suo nonno, già “corrotto”
dai tempi nuovi e dall’avanzare ed imporsi di quello che per me, e non
solo, per vari suoi aspetti ed effetti è un falso progresso perché
deriva da un modello di sviluppo illimitato in un sistema come quello
terrestre che è invece limitato e a ciclo chiuso.

La memoria storica è comunque nei cromosomi, siamo parte inscindibile
della natura terrestre, alla quale il modo di vita urbano moderno è
sostanzialmente artificiale e alieno, memoria che rimane brace sotto
la cenere di archetipi lontani di vita naturale, cui questo odierno
sistema economico preclude però di fatto ogni via di realizzazione.

Mi riferisco a quell’istinto “primordiale” che indirizza vari
individui, oggi, ad un ritorno onirico alla terra e in seno alla vita
naturale, ma che si traduce nei fatti, spesso, in avventurismi
inconcludenti e parziali nei risultati, che causano anche delusioni,
nel tentativo di creare ex novo un modo di vita rustica , ma sulla
base di paradigmi propri della cultura progressista urbana: chi va in
campagna si porta dietro il proprio modello cittadino cui è stato
educato, le proprie abitudini cittadine, proprie interpretazioni delle
leggi naturali, creando ibridi con compromessi e contraddizioni, i
quali risultano poi di fatto o in situazioni estreme o nello rientrare
negli schemi da cui si era cercato di uscire.

Ci si aggrappa anche ad altre culture lontane, spuntandone alcuni
suggestivi elementi ed adattandoli, innestati a nuovi impianti, si
formulano nuove teorie ideologiche, per colmare un vuoto che
indubbiamente si è formato nello sviluppo di una visione materialista
della realtà. Stiamo cercando nuove identità.

Oggi, l’agricoltura biologica è settore del mercato di cui sta alle
regole, essendo pressoché totalmente incapace, quanto impossibilitata,
di esprimere una propria autentica cultura ed economia rurale. Si
producono monocolture industriali con “metodo” biologico, sacrificando
il creare unità organiche di ecosistema coltivato, come si dovrebbe in
teoria, perché sarebbe solo una spesa che non produce profitto e
neppure reddito, ed oggi, il fine del lavoro agricolo, anche bio, non
è il lavoro in sé a produrre auto sostentamento e surplus per il
mercato, a produrre un modo di vita più autentico e felice in cui
prendersi cura dell’ambiente e dei nostri simili, ma il denaro, i cui
valori non coincidono con quelli naturali, etica compresa.

Certo è che, nonostante il paradigma classico portante della villa
rustica, non si tratta affatto, da parte mia ,di sostegno nostalgico
del modello economico e sociale antiquato, dei contadini mezzadri del
podere tosco-emiliano. Ma la medesima agronomia ed economia era comune
anche a contadini liberi, senza padroni, con possesso quindi diretto
di propri mezzi di produzione, associati per convenienza reciproca in
rete solidale e locale di villaggio, con baratti e scambi d’opera, con
la disposizione di terre ad uso civico.

Così fu, ed è un bene che la struttura dell’antico classismo feudale
sia decaduta, ma si è buttata via l’acqua sporca con il bambino,anzi
il contadino, all’imporsi di quel binomio neoclassista di borghesia
capitalista e proletariato, nuovi padroni e nuovi servi, alienati,
questi ultimi, di ogni mezzo proprio di produzione per auto
sostentamento, consumatori passivi, risorsa umana lavorativa inurbata
da sfruttare in economie industriali.

È andata così, come contadini, paisan, campesinos, nativi cacciatori,
pescatori e raccoglitori del pianeta, siamo dalla parte dei vinti,
avrebbe potuto andar meglio, se il modello di sviluppo avesse con
lungimiranza e arte di buon governo tenuto conto che chi lavora la
terra, chi vive in natura, ha un’importanza fondamentale nella
custodia e gestione degli ecosistemi coltivati e naturali, e questo a
vantaggio anche e non ultimo di chi vive in città. Non stiamo parlando
dei moderni imprenditori agricoli con mega trattori e diserbanti, dei
bovini chiusi nei lager, munti e macellati come oggetti senz’anima.

Nei tempi che ci attendono, in cui l’agrochimica basata sul petrolio
avrà una fine, e si dovrà per forza rivolgere lo sguardo indietro alla
terra che ci nutre, ci accorgeremo che tanta è andata sprecata sotto
cemento ed asfalto, molta altra resa sterile. Questa crisi economica
che è di sistema e non di mercato, non solo sta creando povertà e
disoccupazione ma rivela tutta l’insostenibilità ambientale ed umana
del sistema stesso e richiama la necessità di soluzioni possibili che
non sono certo l’emigrazione su altri pianeti o le modificazioni
genetiche di piante ed animali. Piuttosto potrebbe essere il
riprendere in considerazione economie locali a sovranità alimentare e
monetaria, in cui l’uomo sia ricollocato al centro di modi di vita più
naturali, consapevoli che è la terra fertile la base della nostra
sopravvivenza e prodursi alimenti e materie prime organiche in modo
sostenibile e rinnovabile è, da sempre, ricchezza della civiltà umana.

Alberto Grosoli

Società ideale nella visione spirituale di Ramana Maharshi

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Sulla Comunità.  In questo decimo capitolo noi aggiungiamo la conversazione fra Yoganatha Yati e Ramana Maharshi. Certamente i cuori dei fratelli spirituali gioiranno in  essa.

Yoganatha chiese: “Oh Maharshi Ramana! Qual’è il rapporto tra la società ed i suoi membri costituenti? Per favore illuminaci per il bene collettivo.”

Ramana Maharshi rispose: “Una società è l’organismo; i suoi membri costituenti sono gli arti che svolgono le sue funzioni. Un membro prospera quando è leale nel servizio alla società come un organo ben coordinato funziona nell’organismo.    Mentre sta fedelmente servendo la comunità, in pensieri, parole ed opere, un membro di essa dovrebbe promuoverne la causa presso gli altri membri della comunità, rendendoli coscienti  ed  inducendoli ad essere fedeli alla società, come forma di progresso per quest’ultima.

Yoganatha chiese: “Alcuni preferiscono il distacco e la meditazione altri il potere che deriva dall’impegno sociale. Quale atteggiamento è più utile in una società?”.

Ramana Maharshi rispose: “La condizione della pace è per purificare la mente mentre l’espletamento dell’impegno sociale  porta ad un’autorità, o potere,  e serve al perfezionamento della società.  Avendo promosso gli interessi della società attraverso questa autorità dovrebbe esservi quindi stabilita la pace.”

Yoganatha chiese: ” Quel’è il più alto ideale, che può essere conseguito sulla Terra, per tutti i membri della società?”. Bhagawan Ramana rispose: “La promozione del senso di universalità e fratellanza è il più alto  fine .  Con la fratellanza universale regna la pace universale, ed il mondo intero assomiglia ad una singola casa.”

Questo discorso aveva luogo il 15 agosto del 1917  in Arunachala.
Tratto da “Chi sono io?” –  Ramana Maharshi

Senza sovranità monetaria non c’è indipendenza

Economia ecologica: signoraggio, debito pubblico, tasse...
L’attuale crisi economica non è congiunturale, è strutturale. E affrontarla senza affrontare il meccanismo di creazione del denaro è come voler dare una mano di intonaco ad una casa che sta crollando: vanno rifatte le fondamenta, non serve ritoccare la facciata (anzi, peggio, ritinteggiare la facciata impedisce a chi la abita di rendersi conto del reale stato delle cose).

Il settore finanziario, da settore di servizi all’economia e alla società, è diventato il vero padrone di questo mondo. E come ha fatto? impadronendosi del diritto di creare liquidità, creare moneta.

Tutto il denaro esistente al mondo è creato da banche commerciali (private) e centrali (apparentemente pubbliche, di fatto anch’esse private) che lo creano a debito. Cosa significa a debito? Significa che le banche non hanno la stampante per creare denaro  (sarebbero falsari) nè si auto-accreditano somme sui propri conti correnti (anche questo sarebbe molto simile all’opera di falsari).

Il meccanismo è quello del prestito: creano denaro solo nel momento in cui qualcuno, pubblica amministrazione, impresa o privato, si indebita con la banca stessa.

Senza entrare nel dettaglio della spiegazione di come ciò avviene, conviene invececoncentrare l’attenzione sulle conseguenze di questo sistema.

Prima conseguenza: Il potere vero sta nelle mani di privati che condizionano l’economia (decidendo a chi prestare e a chi no, quali settori favorire e quali penalizzare ecc.) e agiscono in base a fini, logiche e linee guida tipiche di PRIVATI. Con buona pace della cosiddetta “democrazia”.

Seconda conseguenza: Tutto il denaro esistente in circolazione è emesso a debito. Se anche uno possiede 1000 € e sono “suoi”, qualcun altro si è indebitato perchè quei soldi esistessero. Questo implica che una % sempre maggiore di tutte le attività di cittadini, imprese, pubblica amministrazione è destinata al ripagamento del debito anzichè allo sviluppo dell’economia, della società, ecc..

Terza conseguenza: Il debito è impossibile da ripagare. Se ogni volta che viene creato “100″ di nuovo denaro (perchè viene erogato un prestito) viene contestualmente creato “150″ di debito (perchè il debito dovrà essere restituito con gli interessi, magari con un mutuo ventennale), i 50 in più non esistono, e quindi dal punto di vista strettamente matematico il debito non può essere ripagato.

SOLUZIONE

Una volta capito questo si evince che qualunque manovra di stimolo all’economia, vuoi qualche rottamazione agevolata (auto? frigoriferi? divani?), vuoi qualche incentivazione fiscale (assunzioni esentasse? detrazioni per investimenti eco-compatibili?) così come qualunque manovra di austerity non possono nulla rispetto alla voragine del debitoche divora il tempo, le energie, le ricchezze, la creatività di una intera società di lavoratori.

Serve una nuova immissione di moneta nell’economia, moneta a credito e non a debito, che toglierà potere alle banche che lucrano da questa posizione privilegiata senza produrre alcunchè di utile all’economia reale, anzi dissanguandola senza pietà.

Un governo che comprende questo può cominciare ad emettere in prorio titoli alternativi (le possibilità sono limitate solo dalla fantasia) che, una volta in circolazione, consentano un VERO rilancio dell’economia senza la zavorra, la palla al piede della moneta emessa a  debito.

Basta avere il coraggio per iniziare e dare così avvio alla prima vera, grande rivoluzione della storia dell’umanità.

Alberto Medici
alberto.medici@ingannati.it

Artcolo connesso: http://www.terranuova.it/Blog/Riconoscersi-in-cio-che-e/Economia-ecologica-signoraggio-debito-pubblico-tasse

Quando tutti gli olivi saranno morti anche la civiltà umana sarà scomparsa 

Quando tutti gli olivi saranno morti anche la civiltà umana sarà scomparsa

 

Quanti millenni ci son voluti per passare dall’olivastro, la pianta selvatica originaria, e giungere sino all’olivo, ricco di baccelli neri e gonfi di liquido benefico?

Forse se l’Italia  non fosse stata ricca di olio, vino e farro non sarebbe mai sorta la civiltà  latina e Roma non avrebbe mai illuminato il resto del Mediterraneo con la sua luce di giustizia e civiltà. Noi siamo tutti debitori alla cultura/coltura  dell’olivo, simbolo di ogni bene.  Basti pensare alle parabole di Cristo e prima di lui ai riti dell’antica mitologia pagana in cui l’olio e l’unzione  erano il  simbolo di guarigione spirituale e di consacrazione  regale. “Unto” era un titolo ambito  e denotante nobiltà in tutti i sensi…. Non come oggi che si pensa subito all’unto, sporco e sgradevole, appiccicatosi  sugli abiti  e da lavare al più presto con il detersivo chimico… dal profumo di varechina, non certo con il sapone naturale poiché il sapone “vero”  è fatto appunto con l’olio d’oliva!

Ma andiamo per ordine…

Quest’anno a Treia la produzione di olio è calata per la siccità,  ed inoltre  le olive sono bacate, attaccate da un infestante allogeno.  In questi ultimi anni abbiamo seguito con crescente apprensione la sorte degli olivi pugliesi anch’essi “malati” e  condannati alla eradicazione dallo stato e dalla UE. Eppure  si sono manifestate diverse “guarigioni” in cui le piante hanno dimostrato di saper reagire, producendo nuovi germogli sani.  Ma la coltura dell’olivo non è minacciata solo da “pests” e dalla UE, soprattutto è minacciata dalla incuria e dall’abbandono dell’agricoltura contadina.

In effetti la decadenza della cultura olearia in Italia  era iniziata con la decadenza dell’impero romano… poiché l’olio arrivava dalle province imperiali… poi riprese un po’ dal Rinascimento sino all’800/900.

Ma  la raccolta delle olive è oggi una tradizione che scompare. Fino ad un po’ di tempo fa era  evidente che queste raccolte stagionali avessero un valore enorme per la comunità,  e mica solo  le olive… anche l’uva, le castagne, etc.  In ogni paese  c’era uno o più  frantoi. Ricordo ancora  la fila dei carri carichi di olive che stazionavano davanti alle mole, aspettando il turno, e  poi la festa dell’olio nuovo in cui tutti decantavano il proprio prodotto come il migliore… facendolo assaggiare sul pane, annaffiato dai primi vinelli di torchiatura, quelli che si facevano mescolando il vino vecchio con il mosto e che perciò maturavano prima…

A partire da settembre sino a dicembre era tutto un andirivieni di carri, trattori ed ancora radi asini con le gerle addosso  con  l’uva ed infine il Re olio,  che garantiva la sopravvivenza familiare  per tutto l’anno.   I vigneti venivano curati e corteggiati ma  soprattutto gli oliveti erano  le vere sedi della ricchezza e della sicurezza alimentare.

Ma oggi  mi accorgo come tutta l’atmosfera sia cambiata, improvvisamente mi rendo conto di non aver sentito in giro odore di mosto,  anche qui a Treia, un paese rurale delle Marche, quasi tutte le cantine vuote e silenti,  appena appena qui a fianco del nostro Circolo vegetariano di Treia ne resiste una, quella dell’anziano prete Don Vittorio, dove si osservano ancora  cumuli di vinacce fresche.  Ma quest’anno in giro per il paese non si vede  alcun trattore con sacchi di olive,  sarà anche che a curare la terra son rimasti solo anziani, e pian piano con la vecchiaia incipiente sempre più sento dire “Oh quest’anno le olive sono poche e brutte e malate, non le ho nemmeno raccolte…” – “Oh,  la vigna l’ho tagliata, non c’era più nessuno che se ne  prendesse cura…”… Persino  gli alveari che sino a vent’anni fa erano il modo più facile per ricavare un dolce frutto, senza molta fatica,  vengono  dismessi…

Quanti anni ancora ci restano prima della definitiva  fine di questo mondo? E Poi?

 Paolo D’Arpini

Dove Giordano Bruno e Osho s’incontrano

A dimostrazione che un Dio onnipotente ha presente ogni via per il raggiungimento della sua opera, l’uomo è a immagine di Dio anche nella onnipotenza, ma questo è al di fuori dell’architettura del senso di colpa che ha imposto la “chiesa volendo” mediare – per forza – il rapporto diretto con La forza dell’universo, chi media usura sempre sopratutto se è un messaggio diretta allo spirito, un Dio che ha bisogno dell’uomo per parlare all’altro uomo è già un dio fallito. Non è comprensibile se non si ha la luce dell’intelletto predisposta allo spirito la mente è piena di dogane intellettuali, imposte dalla nostra cultura in cui siamo cullati. Dio non ha tempo spazio e storia…. sono gli uomini che speculano sull’utilità di Dio per soggiogare gli altri uomini… Per fortuna che qualcuno come Giordano Bruno, Krishnamurti, Gesù,  Osho e molti altri lo hanno sentito compreso e trasmesso come a loro è stato possibile….. Un Dio non può scegliere un tempo storico per rivelarsi più tosto che un’altro… farebbe una ingiustizia a chi è venuto prima o a chi è venuto dopo…… Dio usa tutta la storia, tutto il tempo, ogni modo ed ogni via per far nascere la sua onnipotenza in ogni uomo!

Come saluto (ed augurio) vi lascio con alcune considerazioni….

“Verrà un giorno che l’uomo si sveglierà dall’oblio e finalmente comprenderà chi è veramente ed a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, ad una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo … l’uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo”.  (Giordano BRUNO, filosofo, scrittore e frate domenicano nato a Nola [in provincia di Napoli, al centro del Regno Duosiciliano], arso con la lingua stretta da ganasce a 52 anni come eretico dall’Inquisizione cattolica, il 17 febbraio 1600, a Roma)

“In questo consiste l’intera tragedia della vita umana. Tu sei addormentato ed il mondo esterno ti domina creando una mente in base ai loro bisogni. E la mente è un burattino. Quando la tua consapevolezza sarà una fiamma ardente, brucerà tutta la schiavitù creata dalla tua mente. E non esiste beatitudine più preziosa della libertà, dell’essere padroni del proprio destino …”
(Osho RAJNEESH, mistico e maestro spirituale indù, nato a Praisen [distretto di di Madhya Pradesh, al centro della penisola Indiana], morto a Pune a soli 58 anni, il 19 gennaio 1990 per avvelenamento da tallio, di cui era imbevuto il pagliericcio nelle celle USA della Carolina del nord, durante il suo arresto per falsi motivi, 5 anni prima)

Cosa hanno in comune questi due personaggi?

Molte cose, anche se le loro vicende sono distanti nel tempo (quasi 4 secoli) e nello spazio (più di 6’000 km).

Nati al centro di una penisola, in un periodo di splendore intellettuale, predicano entrambi la stessa dottrina: l’uomo, anche se nato schiavo, può diventare libero, trovando la piena, serena, luminosa consapevolezza di sé.

Sono stati soppressi per la loro ideologia, per una visione del mondo che va contro la vulgata corrente, contro i falsi miti su cui si regge il sistema, qualcosa che fa svanire i confini, che azzera le differenze etniche, che abbatte l’aggressività, che rende inutili preti, politici, militari, che rende impossibile la prevaricazione, la violenza, la guerra.

Per i loro seguaci non sono morti ma hanno solo cambiato forma, ed il loro pensiero è ancor più vivo adesso di quando erano nel corpo fisico.

Il sistema, terrorizzato della loro importante presenza, se n’è apparentemente liberato ma li ha, in tal modo, resi immortali.

La loro forza sia con te …

Alex Focus