Nutrirsi di abominio e di cadaveri

Non abbiamo mai potuto farci un concetto del bene e del male se non in rapporto a noi umani.

Le sofferenze degli animali ci sembrano dei mali perché, essendo anche noi animali, pensiamo che saremmo molto da compiangere se a noi si facesse altrettanto. Sentiremmo la stessa pietà per una pianta o per una pietra se sapessimo che, quando viene tagliata, essa soffre, ma la compiangeremo molto meno di un animale, perché la pianta e la pietra ci somigliano meno. Del resto, noi cessiamo presto di commuoverci per la morte spaventosa degli animali riservati alla nostra tavola. I bambini, che piangono la morte del primo pollo che vedono sgozzare, la seconda volta ridono. Infine, è fin troppo certo che quella spaventosa carneficina messa senza posa in mostra nelle nostre beccherie e nelle nostre cucine non ci sembra un male, anzi, consideriamo quell’orrore, spesso pestilenziale, come una benedizione del Signore; e recidiamo  ancor oggi preghiere in cui lo si ringrazia di quegli assassinii. Eppure, c’è forse qualcosa di più abominevole del nutrirsi continuamente di cadaveri ?…

Eppure io non vedo tra noi nessun moralista, nessuno dei nostri loquaci predicatori, nessuno nemmeno dei nostri Tartufi, che abbia mai fatto la minima riflessione su quest’orrenda abitudine divenuta in noi natura.

Bisogna risalire fino al buon Porfirio, ai compassionevoli pitagorici, per trovare qualcuno che abbia cercato di farci vergognare della nostra cruenta ghiottoneria; oppure bisogna recarsi tra i brahamani. Infatti i nostri monaci, costretti dal capriccio dei fondatori dei loro ordini, a rinunciare alla carne, sono assassini di sogliole e di rombi, quando non lo sono di pernici e quaglie. E né tra i monaci né nel concilio di Trento né nelle nostre assemblee del clero né nelle nostre accademie si è mai pensato di chiamare male quella carneficina universale. Nei concili non vi si è pensato più di quanto si usi pensare nelle taverne.

Voltaire

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Negare noi stessi non ha senso! Restiamo ciò che siamo sempre stati…

 “La mente (ego) tende ad appropriarsi delle esperienze vissute. Naturalmente non è necessario, al fine di realizzare la nostra vera natura, “negare” l’identità fisiologica (nome-forma) ma dobbiamo integrarla con il Tutto, anche perché ne facciamo parte ed il Tutto è inscindibile. Vedi il concetto di “ologramma”, in cui ogni parte che compone l’immagine è costituita dalla totalità dell’immagine stessa. Illudersi di essere separati dal Tutto significa cadere nel dualismo separativo. Il nome-forma è come un’onda che sorge sul mare dell’Assoluto, il quale è appunto il substrato necessario all’esistenza dell’io. Realizzare che l’io è solo il Sé riflesso nello specchio della mente è la chiave della Conoscenza”  (Saul Arpino)
 
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Il  “riconoscimento” della nostra vera natura avviene come nel passaggio dal sogno alla veglia, è naturale ed  intrinseco in ognuno di noi. Quando sogniamo siamo immersi nel sogno e quella è per noi la sola realtà… Quando giunge il momento del risveglio ci sono delle avvisaglie che ci fanno percepire l’imminente cambiamento di stato. Come dire, abbiamo sentore dell’imminente uscita dall’illusione del sogno. Certo questa è semplice analogia poiché nel sogno e nella veglia, che sono condizioni mentali, non vi è vera illuminazione e realizzazione. Quel “risveglio” di cui parlo è l’intima essenza indivisibile, inavvicinabile dalla mente, ma la sua realtà è intuibile e sperimentabile nello stato di pura consapevolezza.
 
Nel processo di ritorno che sospinge ogni singolo essere verso quella pura consapevolezza avvengono vari miracoli e misteriosi cambiamenti. L’adattamento ai nuovi stati di coscienza coinvolge sempre e comunque tutto il corpo massa della specie, ma nella nostra dimensione umana noi siamo abituati al funzionamento a locomotiva, ovvero due passi avanti ed uno indietro, anche definito crescita per tentativi ed errori. Per questa ragione sembra che l’evoluzione manchi di linearità e continuità. Nella nostra civiltà abbiamo vissuto vari momenti che sembravano paradisiaci, che mancavano però di una comprensione olistica. Un po’ come avviene nel mondo animale in cui la spontaneità  regna sovrana ma la coscienza è carente nella auto-consapevolezza e nella ragione.
 
Insomma dobbiamo poter integrare l’intuizione e la ragione  nel nostro funzionamento e ciò fatto possiamo procedere a dimenticare il processo sperimentale per poter vivere integralmente l’esperienza in se stessa. Osservatore ed osservato non possono essere separati.
 
Per ottenere questo risultato le religioni consigliano la via “dell’amare il prossimo tuo come te stesso” mentre le filosofie gnostiche indirizzano verso l’auto-conoscenza.
 
Non scindiamo queste due vie, teniamole strette come due remi della nostra barca che ci aiutano ad uscir fuori dal pantano del “dualismo”.
  
In fondo, come possiamo considerare che qualcosa sia al di fuori di noi stessi? 
Paolo D’Arpini
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L’orrore delle religioni carnivore di matrice semitica

L’uomo ha trasformato la terra in un luogo di terrore e di tormento per gli animali: ha disseminato stabulari, macellerie, concerie, istituti di sperimentazione; ha riempito i frigoriferi e le sue dispense di ossa e parti smembrate dei poveri animali uccisi senza pietà e senza alcuna colpa e senza che mai si levasse dal suo cuore un senso di ripulsa e di vergogna.

L’uomo è diventato un torturatore implacabile, un boia spietato di buoi, di cavalli, di maiali, di teneri agnelli, di incantevoli pennuti, di pesci bellissimi, di esseri miti e aggraziati, pacifici, inoffensivi e ha degradato se stesso simile a demone assetato di sangue e affamato di cadaveri.

L’uomo da essere dotato di emotività, sensibilità e senso estetico si è trasformato in un malefico cannibale rozzo e spietato.  Abbiamo trasformato i miti e dolcissimi vitelli dalla struggente bellezza e innocenza, le orgogliose galline, gli spavaldi puledri, i risoluti ed intelligenti porcellini, i teneri conigli, in cose da smembrare, triturare, fare a pezzi, arrostire, bollire per scaricarli nella fogna dopo averli fatti passare attraverso il nostro stomaco insaziabile e vorace. Mai al mondo gli animali sono stati trattati dall’uomo in modo così disumano.

Urla di disperazione si levano ogni istante dai milioni di scannatoi sparsi in tutto il mondo e mai le vittime sono state così inascoltate; mai la depravazione umana raggiunge i suoi massimi livelli come in un mattatoio. Esseri che non hanno che gli occhi per piangere e il cuore per soffrire spaventati a morte per le pene incomprensibili a loro inflitte. Esseri che non hanno la capacità di farsi capire nel nostro linguaggio, che non hanno avvocati, sindacati che li difendano, non ci sono angeli o santi che vengono in loro aiuto: l’animale è solo nel suo sconfinato universo di dolore, inermi, in balia di tiranni impietosi.

L’animale che ci guarda, con la trepida speranza di essere lasciato in pace, non sospetta che nella mente dell’uomo alberghino piani così diabolici e sconvolgenti. E i veleni della carne ostruiscono non solo le arterie del nostro corpo ma i canali della saggezza, della sensibilità, della spontanea compassione verso le vittime del suo stupido, insensato e spietato egoismo.

Ogni giorno, 365 giorni all’anno, 300 milioni di animali trovano la morte a causa dell’uomo: un coro planetario di urla disumane, imploranti, strazianti si levano inascoltate verso questo mostro sanguinario che tutto sa sacrificare per non rinunciare al piacere del palato. La carne urla e le peggiori malattie dell’uomo sono l’effetto della tremenda nemesi karmica che attira su di se e condanna se stesso ad un destino di dolore.

Lo schifo ed il ribrezzo che derivano da tali sue espressioni superano di gran lunga ogni sua possibile giustificazione. Per millenni abbiamo costretto gli animali a lavorare per noi come schiavi ed essi, nella loro sacrale ed inoffensiva docilità, hanno obbedito pazienti e rassegnati alla tirannide umana sopportando fatiche immani, fame, tormenti, il castigo del bastone della frusta; li abbiamo coinvolti nelle mille e sanguinarie guerre fratricide; li abbiamo tenuti in prigione, in posti orribili per tutta la loro breve e infausta esistenza; abbiamo immobilizzato i giocosi vitelli impedendo loro l’innato ed irrefrenabile desiderio di correre e di giocare; li abbiamo castrati, mutilati, tosati, li abbiamo alimentati con cibi schifosi, li abbiamo privati dell’erba, della luce del sole; abbiamo annullato la loro dignità; li abbiamo imbottiti di farmaci per impedire che muoiono prima che giungano al mattatoio; abbiamo tolto alle madri i loro piccoli mentre i loro occhi si riempivano di lacrime; li abbiamo caricati a forza sui camion blindati e li abbiamo portati nell’inferno dei mattatoi dove l’odore del sangue e la vista dei loro compagni di sventura uncinati, sventrati, fatti a pezzi, smembrati, spellati, spesso ancora vivi, li ha fatti schiantare dal terrore.

E ora abbiamo il coraggio di addentare quella maledetta, disgustosa, puzzolente, putrescente parte di cadavere che nessun condimento potrà mai rendere digeribile alla nostra coscienza. E abbiamo anche il coraggio di dare ai nostri bambini questo pasto mortifero. Siano fatte visitare ai bambini le stalle e poi i mattatoi; sia loro spiegato che le bistecche, il prosciutto o la coscia di pollo non crescono sui prati come le margherite. Il crimine della peggiore condizione umana è quello di dare ai bambini da mangiare gli animali che amano. E non c’è opera meritoria dell’uomo che possa neutralizzare gli effetti di questa immane, folle, insensata, sistematica, criminale carneficina di esseri indifesi, innocenti, miti, generosi, buoni, belli, pazienti.

Questo non trova alcun perdono sotto nessun cielo dell’universo. Ma chi mangia cadaveri si cadaverizza. E’ una regola implacabile. In un costante e dissennato suicidio collettivo ci si ciba di animali morti, di cadaverina, di masse virali, di tessuti in decomposizione. Mangiamo i loro reni, il loro fegato, il loro cuore, il loro cervello, i loro intestini, le loro gambe, la loro lingua, la loro coda, i loro testicoli. Ogni piatto di carne porta con se un messaggio di morte: è un crimine contro la Vita e contro l’integrità del nostro organismo di animali fruttariani. Ma anche gli animali hanno un Dio e prima o poi la loro sofferenza ricade sui massacratori e sui mandanti, cioè i mangiatori di carne e su coloro che ne fomentano l’utilizzo.

Ma ciò che mi sconvolge, che mi fa impazzire, che devasta il mio equilibrio e valica ogni mia possibile giustificazione è che tutto questo avviene con l’avallo, la giustificazione e la benedizione della maggior parte delle religioni, specialmente quelle di ceppo ebraico, e di ogni educatore religioso che ne fa parte. Ed io ne provo vergogna e orrore ad essere della stessa specie di coloro giustificano questo stato di cose.

Franco Libero Manco

La meditazione Ch’an (Zen) non offre poteri miracolosi

Se una qualunque persona volesse farvi credere di dover praticare la meditazione per ottenere un certo potere e per riuscire a cambiare le cose che vanno male nella vostra vita, sicuramente voi vi attacchereste a questa convinzione. Ebbene, sì, con una pratica meditativa mirata voi potreste anche riuscire ad ottenere un occasionale e temporaneo cambiamento dei vostri problemi. Ma, se intendete farlo con questo unico scopo, non sarete in grado di modificare il soggetto che soffrirà ancora, alla prossima occasione. Ecco perché il Ch’an non offre un metodo per cambiare i vostri problemi, né vi promette “quel tipo” di poteri, bensì vi offre lo strumento per cambiare voi stessi! Perché modificando l’innata idea di un soggetto egoico, anziché promettere di regalarvi il potere per eliminare i problemi e le sofferenze, fa diventare VOI il VERO POTERE!

In questo modo sarete voi stessi in grado di trovare l’antidoto ai vostri problemi e, successivamente, anche a tutti gli altri che potrebbero presentarsi quando avrete finito la cura meditativa. Il Ch’an insegna a rendere mansueto l’Ego, a conoscerlo, ad educarlo ed a ridimensionarlo. Quando sarete maestri nell’arte di dominare il vostro Io, non sarete più con le spalle al muro: sarà la vostra Coscienza che avrà messo nell’angolo quell’Io che vi provoca tanti problemi. La Coscienza profonda farà sentire la sua voce ancor più forte di quella dell’Io, permettendovi di avere forza e volontà a sufficienza per dominare gli istinti irrefrenabili della mente egoica protesa a salvaguardare la sua entità individuale.

Parliamo un attimo delle paure ancestrali che questa nostra entità individuale si porta dietro da infinite rinascite. L’Io non è sempre lo stesso, tanto è vero che noi non siamo mai la stessa persona delle vite precedenti. Però, l’energia difensiva dell’Io e la caratteristica volontà di conservare la sua spiccata individualità sono sempre le stesse. Esse sono le naturali conseguenze tendenziali di ciò che ognuno di noi alimenta e sperimenta durante la sua attuale vita. Le paure della sofferenza e della morte vengono trascinate con sé dall’Io vita dopo vita: esse sono infatti come una memoria storica che, all’atto di una nuova rinascita, fissa e stabilisce in noi le paure derivate dall’esperienza precedente.

La sofferenza è il male profondo dell’animo umano, ed è la conseguenza della convinzione di una illusoria esistenza separata e individuale. Non è assolutamente possibile sfuggirle, almeno non con la mente ignorante che gli esseri viventi si ritrovano karmicamente. Purtroppo, l’unico antidoto effettivo alla sofferenza è l’emancipazione coscienziale della mente, la conoscenza metafisica della vera Realtà dei fenomeni. E questa, non è un farmaco che può essere assunto subito e da tutti, proprio perché una delle prerogative della sofferenza, strettamente derivata dall’Ignoranza avidyà, è quella di rifiutare e far respingere dalla mente comune i profondi insegnamenti trascendenti della Conoscenza della Verità.

C’è anche da chiarire un altro punto importante, sul tema della sofferenza: molti praticanti di vecchia data, avendo ascoltato gli insegnamenti Buddisti, ritengono che la vera eliminazione della sofferenza nella mente passi attraverso la pratica della Compassione, cioè il desiderio di non vedere più soffrire gli altri esseri viventi. Per cui la propria sofferenza viene fatta passare in secondo piano, con l’applicazione di apposite pratiche, quali lo sviluppo di una mente tollerante e paziente che riesca a comprendere la Vacuità, la legge dell’impermanenza dei fenomeni. Questa mente colma di Saggezza che si dedica alla pazienza ed alla sopportazione dei difetti di sé e del mondo, in Sanscrito è chiamata anupattika-dharmakshanti e, solitamente, una volta che si è manifestata, determina la prova testimoniale della raggiunta Illuminazione.

Però, benché la propria sofferenza passi in secondo piano, per il processo liberato-rio è importante anche attivarsi per promuovere l’eliminazione della sofferenza tout-court, nostra ed altrui. La visione del “Bodhisattva” che si dedica alla cura della liberazione degli altri esseri, al fine di eliminare la loro sofferenza, è sempre accompagnata da uno sviluppo mentale in grado di conoscere le varie leggi del karma e di causa-effetto. Pur essendo innegabilmente vero che non si potrà raggiungere l’Illuminazione se nel nostro cuore non si è impiantato il seme della Karuna (la profonda Compassione), nel Ch’an le cose vengono viste in un modo più pratico. Esso riconosce comunque, che il fine ultimo del Bodhisattva è quello di sacrificare la sua personale fruizione del Nirvana, a scapito di un’intensa attività salvatrice nei confronti degli esseri ignoranti. Ma l’aspirante non potrà far nulla per nessun altro se prima egli stesso non ha appreso il metodo per eliminare la propria sofferenza.

Per risolvere questo iniziale problema, il Ch’an sposta il piano di livello della mente dei meditanti da quello del mondo fenomenico a quello esistenziale-metafisico. Se Io non esistessi, potrei forse avere esperienza della sofferenza mia o altrui? Certamente no. Cos’è che attiva la mia sofferenza e la mia coscienza della sofferenza altrui? La risposta, inevitabile, è che colui che sperimenta la sofferenza VUOLE esistere sul piano della mente fenomenica. Cioè, egli crede di esistere soltanto su questo piano manifesto e credendo a questa realtà illusoria, vi sperimenta la sofferenza. Perciò, se si giunge alla mente della Vacuità, in cui tutto quanto ci circonda, compresi noi stessi, viene visto come apparente e illusorio, dove mai potrà allignare e attecchire l’idea della sofferenza? Ecco perché il Ch’an, anziché lavorare materialmente per eliminare la sofferenza propria ed altrui in maniera dualistica (come avviene nelle Religioni teistiche), va direttamente all’origine del problema della sofferenza.

Esso ci spinge ad indagare a fondo nella mente, in quanto è la nostra mente karmica che conserva e prolunga nel tempo l’idea della sofferenza, sia la nostra che quella degli altri. È evidente che poiché le parole non servono ad eliminare le sofferenze in atto, che per cause karmiche le menti degli esseri stanno sperimentando, tutto il processo deve essere visto come stimolo per arrivare al dominio ed alla trasformazione della nostra mente attuale. E, il vero aiuto che il Bodhisattva del Ch’an può dare agli altri esseri umani, è l’insegnamento del metodo, affinché ognuno possa curarsi da sé e guarire da solo dal problema mentale della sofferenza.

Pertanto si deve arrivare al superamento della nostra radicata ostinazione egoica, prima causa di sofferenza, e dell’idea di essere persone fisiche sottoposte a problemi mentali. L’idea di essere persone umane va accettata solo come ruolo temporaneo in un sogno fatto ad occhi aperti e che dura lo spazio di una vita. Allo stesso modo come il sogno notturno, che dura lo spazio di una notte e che, all’alba, svanisce portando con sé l’idea della sofferenza sperimentata durante il sogno. Una cosa è sicura, dando più realtà al mondo fenomenico della sofferenza fisicamente sperimentata, non c’è scampo né salvezza, nulla che ci possa aiutare a farla cessare. Solo la morte potrà interrompere, per un breve lasso di tempo, il problema della sofferenza che, però, dopo si ripresenterà allorché si rientra nell’esistenza con un altro corpo fisico.

Se non si giunge a questa conclusione, ogni sforzo fatto dalla persona umana per liberarsi dalla sua angoscia risulterà vano. L’essere ancorati all’idea di “persona umana” porta con sé l’inevitabile sofferenza e l’inevitabile morte e, pur essendo entrambe terribilmente temute dalla mente, in realtà una soppianta l’altra. Perciò è solo competenza della nostra mente saper comprendere e decidere se attaccarci alla natura umana, e quindi caricarci sulle spalle la sofferenza, oppure scegliere la Via spirituale facendo in modo che la morte sia una Via senza ritorno. Anche la morte, di cui abbiamo parlato spesso, va rivista con una nuova ottica di interesse. Non è certo, il mio, un invito a farvi precipitare tra le nere braccia del ferale Yama, Dio della morte, almeno non prima che abbiate il potere e l’abilità di passarci attraverso, restando indenni da paura e da angosce. Le paure e le angosce della mente ignorante, che poi sarebbero le cause karmiche per un vostro inevitabile ritorno al mondo della sofferenza, devono venire sconfitte in anticipo, prima ancora della morte.

Questa parola, MORTE, così minacciosa e così spaventosa per la nostra mente manasica, esprime un significato finale, esclusivo, che sa quasi da fine del mondo, fine di tutto. Ma in realtà, la morte è solo la fine della mente cogitante (Manas)! Durante la vita non possiamo avere esperienza di questa condizione, come invece accade per le sofferenze, quindi quando si parla di esperienza della morte, CHI E’ che la sperimenta? Questa è l’unica esperienza che non possiamo riferire, né trasmettere, e né raccontare, da cui si desume che non siamo noi che la sperimentiamo, ma QUALCOSA che non può testimoniarla. Qualcosa che, quasi certamente, non la ritiene una FINE, qualcosa che, in definitiva, non può essere che la mente Chitta. Per la Coscienza, la morte come la vita, NON ESISTE!

Perciò, per un momento, proviamo ad immaginare di essere soltanto una Pura Coscienza, che è presente a tutti gli avvenimenti del mondo, ma che non esprime valutazioni né alcun tipo di volontà su questi stessi eventi. Priva di un centro egoico, liberata dalle funzioni del Manas che è obbligato ad interpretare e valo-rizzare nel bene e nel male tutto ciò che sperimenta, la Pura Coscienza (Chitta) non etichetta né subisce nessun rapporto emotivo con questi avvenimenti. Cosa mai potrà sperimentare questa pura Energia Inqualificata della Coscienza, stando in mezzo a tutte le angosce e le paure che tormentano la mente umana? Già il termine “sperimentare” non è prettamente adeguato se riferito alla pura Coscienza, perché richiama il concetto di uno SPERIMENTATORE, ben delimitato e individualizzato.

Vedete in che campo ci stiamo muovendo, la Metafisica è come una lastra di ghiaccio intrisa di olio scivoloso in cui è impossibile avere un appiglio e mantenere una presa. Eppure, all’inizio del nostro ingresso in questo mondo del Manas, nonché alla fine quando con la parola MORTE ne dovremo uscire, quella meta-fisica lastra di ghiaccio scivoloso sarà la nostra sola esperienza. Quindi, è proprio così tanto stupido ed inutile prepararci ad essa? Credete che questa Energia Superiore, da sempre presente e eternamente stabilita nel ‘Sé’, possa venir limitata dalle nostre piccole preoccupazioni umane, anche se queste avvengono nel suo sterminato campo d’azione? Quale evento, quale tragedia potrebbe mai scuotere CIO’ che è al di sopra perfino della morte?

Nel nostro corpo fisico, per tutta la durata della sua esistenza vivente, avvengono continuamente eventi mortali: milioni di batteri e miliardi di cellule muoiono e si riformano costantemente. Eppure noi quasi non ce ne accorgiamo, avvinti come siamo all’idea di un corpo unico e della nostra costituzione tutta di un pezzo. Solo se noi proviamo ad identificarci col batterio o con la cellula, allora la loro morte ci impedirebbe di vedere la continuità di esistenza dell’intero corpo. Questo è solo un esempio, ma può servire da paragone. Quindi, se ora noi riusciamo a cogliere la nostra identità con la Totalità dell’Essere, anziché col nostro piccolo Io manasico, la sofferenza e la morte di una semplice cellula, non ci tocca né ci sconvolge.

Sarebbe veramente interessante se, alla fine della meditazione quando rientriamo nella nostra coscienza ordinaria, prendessimo atto delle modificazioni e degli aggiustamenti che la nostra mente produce nel processo di riadattamento all’esperienza individuale. La Coscienza, anche se sempre presente nella fase meditativa profonda, si distacca temporaneamente dalla percezione egocentrata, situandosi in piani di consapevolezza impersonale non raggiungibili dal soggetto egoico. Perciò, al rientro da questa esperienza non volontariamente indirizzata, sarebbe importante poter cogliere il riemergere della coscienza manasica umana. In questa fase è possibile vedere l’automatico ripresentarsi dell’Io con tutte le sue conseguenti problematiche.

Da parte di alcuni studiosi appartenenti alle scienze neuropsichiche è stato più volte dimostrato che la mente umana, nella fase della meditazione profonda, diventa insensibile alle sollecitazioni esterne come pure alle precedenti situazioni memorizzate. Viene riportato il caso di alcuni ammalati terminali che, pur provando indicibili sofferenze nello stato di coscienza ordinaria, quando venivano sottoposti ad una condizione ipnotica di trance, al loro risveglio dichiaravano di non aver più sentito i precedenti dolori. Questo fatto dimostra che, quando arriviamo a sperimentare una condizione “samadhica” della meditazione profonda, la Coscienza si stacca dalla condizione ordinaria e si posiziona su altri piani. Ricordate la storia dell’Abate Zen e del Samurai, in cui l’Abate perfettamente posizionato nella meditazione Samadhica, non ebbe alcuna paura delle minacce di morte da parte del Samurai?

Abbiamo già parlato delle due posizioni distinte della Coscienza Chitta e Manas, ma quello che ora ci interessa è se la Coscienza, di per sé, sia sottoposta o meno all’obbligo del karma nell’individuo che la incarna. In fin dei conti, la Coscienza sul piano manasico non può impedire all’individuo di percepire sofferenze e angosce, anche se poi lo stesso individuo può non percepirle durante le fasi di distacco dal piano manasico. Inoltre, abbiamo anche esaminato ingiunzioni che stabiliscono che il karma, in realtà, è un effetto valido solo se si genera col nostro credere ad una causa scatenante. Perciò questo ci fa pensare che, quando l’individuo esiste nella sua condizione di credersi un individuo, esso non può svincolarsi nemmeno concettualmente da conseguenti condizioni karmiche che comportano piaceri e dolori, gioie e sofferenze, in maniera più o meno alternata.

Dobbiamo quindi concludere che le sofferenze, la morte, e tutte le cose che la mente teme, esistono solo in quanto la mente le crede esistenti. Anzi, diciamo di più, tutti i problemi della mente umana esistono perché, e fino a che, la mente umana crede in se stessa come manas, come un ‘Io’ strutturato e ben delimitato. Perciò il Bodhisattva del Ch’an, se non ci fossero date le debite istruzioni sul spirituale, sarebbe costretto ad un doppio lavoro. Prima dovrebbe annullare ed allontanare da sé l’idea di esistenza inerente e poi, malgrado il suo ottenimento di uno stato di atarassia e imperturbabilità della mente, deve ripiombare nello stato illusorio per cercare di salvare le menti degli altri esseri. Una fatica titanica senza fine, una vera e propria Ruota di Sisifo rotolata all’infinito… Ecco perché sarebbe dignitoso e giusto dargli una mano nel suo inesauribile compito, cercando da soli di smontare le false credenze dell’Io e distruggendo dalla nostra mente tamasica i semi dell’Ignoranza…

Aliberth – Alberto Mengoni

(Stralcio di un discorso del 22/3/2000 tenuto al Centro Nirvana di Roma)

Dal paganesimo al cristianesimo – Da “gaudemus igitur” a “la vita è una valle di lacrime”

Sol Invictus
Durante il paganesimo vigeva una serie lunghissima di celebrazioni
collegate alle stagioni, molte di queste passarono al cristianesimo…

Sol Invictus. Il culto del Sole-Sol Invictus Mithras, il quale, unito
sempre a quello dell’Imperatore, divenne per un certo tempo una sorta
di “religione di stato”. Questa celebrazione aveva ormai preso una
piega dissoluta e perso qualsiasi legame con l’antica sacralità del
Mistero, ormai feste ed orge sfrenate facevano da padrone. La
commemorazione, con le sue depravate baldorie e gozzoviglie, era
troppo radicata nel costume popolare per essere abolita dall’influenza
del Cristianesimo. La Chiesa, invece di contrapporsi fermamente al
vortice involutivo in cui il paganesimo sprofondava, cominciò a far
compromessi con esso.

Vedi ad esempio i Saturnali (gennaio) e Lupercali (febbraio), che
continuarono in forma di “carnevale”. Nei Saturnalia i romani
celebravano l’anniversario della costruzione del Tempio dedicato al
dio Saturno, e si riversavano nelle strade cantando ed osannando il
padre degli Dei. Durante quei festeggiamenti veniva praticato il
capovolgimento dei rapporti gerarchici e delle norme costituite della
società, sicché i plebei potevano confondersi con i nobili e viceversa
grazie ad un travestimento. Durante i Lupercali, Servio informa che
“februm” era un tratto di pelle lupesca, salata da usare nelle
cerimonie februanti, si celebrava il dio dell’impulso primaverile,
Lupercus, e i luperci erano giovani coribanteschi che animavano,
flagellandole, le donne, con fruste di pelle lupesca, i “febri”.

Pesino il Pesce d’aprile, cangiato in Risus Paschalis, è una
tradizione nordica nella quale (per tutto il medioevo) si compivano
atti impudici (in corrispondenza del periodo pasquale) legati a più
antichi riti “bacchici” che sancivano l’inizio della primavera e del
risveglio della natura. Infatti anche il “pesce” è un antichissimo
simbolo fallico…

Ma tutto ciò avveniva all’inizio del cristianesimo, poi pian piano la
trasgressione si trasformò in persecuzione e violenza. …i riti
divennero “sadomaso” e fioriscono nella tradizione cristiana
“posteriore” (con la raggiunta supremazia)… Iniziano con l’uccisione
di centinaia di migliaia di pagani, poi con la caccia alle streghe,
i roghi, dei tribunali inquisitori, le conversioni forzate nelle
Americhe, la pedofilia, l’oppressione dei miseri, etc. etc.

Se durante il periodo pagano il cristianesimo, lo zoroastrismo, il
mitraismo, etc. poterono coesistere.. con il consolidamento del
potere cristiano.. vince l’assolutismo, la “paura” e la morte (come
d’altronde avviene con l’affermazione della religione sorella:
l’islam).

Il simbolo chiaro della celebrazione escatologia cristiana si
manifesta nella notte di San Lorenzo. Nella mitologia cristiana
questa data è legata al martirio del santo. La leggenda narra che le
stelle cadenti siano le lacrime del martire versate durante il
supplizio (dicono che morì abbrustolito su una graticola), che vagano
in eterno nei cieli, e scendono sulla terra, soltanto nel giorno in
cui Lorenzo morì. I cristiani si inventarono la figura di San Lorenzo
traendola dalla Divinità etrusca Acca Larentia, un tempo: Madre Terra,
poi Sacra Prostituta (che si prostra ), protettrice di plebei e della
fertilità dei campi, era assimilata a Fauno e Lupesco. Da Larentia a
Lorenzo il passo è brevissimo. E le famose “lacrime” in realtà erano
le gocce di sperma di Dioniso che fecondava la terra, negli stessi giorni d’agosto.

Potremmo continuare a lungo nella descrizione delle appropriazioni e
deturpazioni della sacralità pagana perpetrate dai cristiani, ed in
effetti quasi tutti i santi cristiani hanno un ‘origine pagana, ma
lasciamo perdere…

Il fatto è che per avere un dominio totale sulla gente è stato
semplicemente sovrapposto e sostituito l’avvenimento pagano con quello
cattogiudaico… persino i paramenti, gli arredi e le modalità di una
normale messa sono identici a quelli di un qualunque rito di primo
livello pagano… E come si può credere ancora che gli evangeli
siano qualcosa di più che manuali del giovine chierico scritti ad usum
delphini? Balle… programmate a tavolino…. da San Paolo in giù…
Anche ammesso che i Vangeli, nascano da una cronaca di fatti, tale
cronaca è stata rimaneggiata, mal tradotta, stravolta dalla chiesa per
un uso finalizzato a quanto serviva ai preti per dominare…

Noi esseri umani siamo in una catena evolutiva e non dovremmo
giustificare alcun errore del passato, se non per comprendere che è
passato e che va trasceso e superato. Se però una religione si ammanta
del ruolo di “unica e vera” mentre continua con gli errori del
passato allora la censura dovrebbe essere più severa… Ovviamente
ciò vale per tutte le religioni così dette “monoteiste” (giudaismo,
cristianesimo ed islam). Per altre religioni, persino più antiche ed
“aliene” alla nostra cultura certi problemi non si pongono, vedi la
profonda etica del buddismo e del jainismo e del taoismo, che vantano
un’antichità di migliaia di anni ed avrebbero molto da insegnare a
giudei, cristiani e musulmani in quanto a “tolleranza”… e
sacralità.

Paolo D’Arpini

Treia. Storia della Fierucola delle eccellenze bioregionali dell’8 dicembre

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Per raccontare questa storia debbo fare diversi passi all’indietro e partire da quando a Verona fondai la prima associazione di cultura “alternativa” d’Italia.  Avvenne sulla scia del ‘68, a quel tempo le associazioni si “legalizzavano” depositando uno statuto e la lista dei fondatori alla Questura di competenza e così feci nel 1970 aprendo nei locali di una vecchia osteria dei poeti sita in Piazzetta San Marco in Foro quel che si chiamava “Club Ex”, composto non solo di ex sessantottini ma soprattutto di membri della cultura locale, scrittori, artisti, cantanti, etc. Dall’ Ex passarono gruppi come i Gatti di Vicolo Miracoli, artisti come Degani e persino cantautori di “fuori porta” come Francesco Guccini ed altri. A quel tempo io stesso mi fregiavo del titolo di “artista concettuale” ed essendo un alternativo lanciai una contro-biennale (in antitesi a quella borghese e finta di Venezia) definita “itinerante” che si svolgeva lungo le strade di Verona, una specie di “marcia”che al posto dei cartelli di protesta esibiva opere d’arte portate a mano (od in motoretta) in ostensione.

Dopo qualche anno, avendo cambiato genere ed essendomi dedicato alle attività spirituali ed essendo tornato nella mia città natale, Roma, aprii un centro di meditazione che si chiamava “Sri Gurudev Mandir” che ospitava ricercatori d’ogni risma, con cui compartecipai al primo Festival dello yoga italiano, che si tenne a Milano nel 1974.

Alfine nel 1977, dopo un periodo di “prova”, mi trasferii stabilmente nel villaggio abbandonato di Calcata, che doveva essere demolito per rischi sismici, lì fondai nel 1979 con altri amici “mezzo spiritualisti e mezzo artisti” l’associazione teatrale che si chiamava Vecchi Tufi, che operò per le vie di Calcata e dei paesi limitrofi con l’esecuzione di varie pieces dal sapore zen (articolo esemplificativo:  https://riciclaggiodellamemoria.blogspot.it/2013/04/il-circolo-vegetariano-vvtt-ed-il-parco.html?m=0).

Giunse quindi il tempo in cui sentimmo il bisogno di avere una sede “meno mobile” e così, con buona parte dei soci dei Vecchi Tufi, fondai nel 1984 il Circolo vegetariano VV.TT. per promuovere oltre alla cultura alternativa ed allo yoga anche la pratica vegetariana ed ecologista e la ricerca di un’armonia fra società e habitat.

Dal corpo del VV.TT. nacquero anche altri movimenti e sigle, come ad esempio il Comitato per la Spiritualità laica, il Punto Verde di formazione bioregionale, etc. , per dare una visibilità esterna alla nostra “cultura” organizzavamo incontri per la promozione del biologico, i primi in Italia, nonché eventi open air, in giardini, nel Parco del Treja, in vecchie strutture, nella nostra sede, ma anche in sedi istituzionali di Calcata, di Roma e di vari altri luoghi del Lazio.  Tra gli eventi che mi stanno più a cuore, che  si svolse nel Palazzo Baronale di Calcata, c’era  la  “Fiera delle Arti Creative” (articolo esemplificativo:  http://www.parcotreja.it/public/it/news/2008/archivio_080325.asp) che poi si spostò anche a Viterbo con il titolo di “Biennale d’arte creativa” (Articolo esemplificativo: http://www.viviviterbo.it/node/38267).

Ma le cose non stanno mai ferme e ad un certo punto, nel 2010, da Calcata mi trasferii armi e bagagli (ovvero compreso il Circolo VV.TT. e tutto l’ambaradam) in quel di Treia, in provincia di Macerata, ospite della mia fedele compagna, Caterina Regazzi.

Disse l’amico Stefano Panzarasa: “Dal Treja a Treia c’è solo una linguetta di differenza..”. In verità trattasi di una linguetta molto lunga, composta da numerosi  aderenti che non mi seguirono affatto, salvo in occasioni particolari come durante le “feste comandate” del Circolo. Treia non avendo a fianco una città come Roma ed essendo poco “propensa” alla cultura alternativa non ha consentito al nostro Circolo di crearsi un entourage pari a quello di Calcata. “Poco male, mi son detto, ripartiamo da dove siamo e vediamo cosa succede”.

Non avendo la possibilità di cooptare un numero di affiliati in sintonia con la filosofia vegetariana ecologista e spiritualista laica mi adattai alle consuetudini locali, basate su un forte attaccamento alle tradizioni, e con pochi amici  fondai nel 2015 un comitato civico denominato “Treia Comunità Ideale” che organizzò con non poche difficoltà una prima “Fiera delle Eccellenze Bioregionali”, che si tenne sotto l’ex Mercato Coperto sottostante al Palazzo Comunale. Malgrado tutto la cosa ebbe successo, piacque sia agli amministratori, inizialmente un po’ scettici, ed anche al popolo treiese che partecipò con interesse. La seconda edizione di quella che fu poi definita “Fierucola” (per evitare noie burocratiche) si tenne a Passo Treia con la partecipazione di quasi tutti gli attori “istituzionali” (dalla Protezione Civile, alla Proloco, all’Avis, all’Ente Disfida del Bracciale, alla Banda musicale, etc.). Successivamente, dall’aprile del 2017,  la maggior parte degli aderenti del Comitato  Treia Comunità Ideale ed altri soggetti, aderirono all’associazione di promozione sociale  “Auser Treia” (dal sottoscritto presieduta)  che -essendo un ente riconosciuto- ha una struttura più solida ed in questa veste abbiamo organizzato la terza edizione  della Fierucola, in collaborazione con la Parrocchia e con la Coop La Talea,  che si tiene quest’anno a Chiesanuova di Treia, l’8 dicembre 2017,  nei locali dell’Oratorio.

Lo scopo della Fierucola è quello di valorizzare le produzioni locali in ogni aspetto, dall’agricoltura, all’artigianato, all’arte, alla cultura, alle attività sociali e ricreative, etc.

Un particolare ringraziamento rivolgo alla Parrocchia di Chiesanuova di Treia per aver messo a disposizione i locali coperti e riscaldati, all’associazione Auser Treia che ha provveduto alle incombenze burocratiche ed organizzative, alla Coop La Talea per l’aiuto logistico  ed al Comune per il patrocinio morale. Grazie anche a tutti quei treiesi che hanno voluto collaborare alla buona riuscita dell’evento e tutti, vicini e lontani,  sono invitati a partecipare…

Paolo D’Arpini

Programma della Fierucola delle eccellenze bioregionali edizione 2017:  https://auser-treia.blogspot.it/2017/11/chiesanuova-di-treia-8-dicembre-2017.html

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Appello alla Chiesa cattolica per la pace e la nonviolenza verso tutti gli esseri senzienti

La Chiesa cattolica  per essere credibile nel suo messaggio di pace dovrebbe dare il buon esempio alle altre due religioni consorelle (ebraismo e islam) rinunciando a praticare per prima la violenza all’interno della sua struttura. E  il primo passo, quello basilare,  è  di non offendere e torturare e violentare le anime gentili degli animali.

E’ tempo che la Chiesa cattolica dimostri la validità del suo messaggio di amore universale e  interpreti le nuove esigenze dello spirito umano, che valorizzi e sostenga la ricchezza morale delle nuove generazioni che chiedono rispetto per tutti gli esseri senzienti.

E’ tempo che la Chiesa condanni la violenza sugli animali, che si dissoci da ogni crudeltà commessa nei loro confronti da parte dell’uomo.

E’ tempo che la Chiesa favorisca e sostenga la cultura vegetariana nel suo interno, e che trovino accoglienza e sostegno i molti cattolici vegetariani, per evitare evasioni verso religioni più sensibili alle tematiche animaliste.

E’ tempo che la Chiesa torni al piano originale di Dio come comandato in Gen 1,29: “Ecco, io vi do ogni erba che produce seme ed ogni albero in cui è frutto saranno il vostro cibo…”e come auspicato da molti santi. E’ tempo che torni all’antica alleanza come in enunciato in Os. 2,20 : “In quel tempo farò per loro un’alleanza con le bestie della terra e gli uccelli del cielo e con i rettili del suolo”; E’ tempo che la Chiesa riconosca quanto scritto in Sap. II 23.26: “Poiché tu ami tutte le cose e nulla disprezzi di quanto hai creato”.

La planetaria sofferenza degli animali non può restare inascoltata dalla Chiesa di Cristo. Come potrebbe avverarsi il Regno di Dio profetizzato da Isaia se l’uomo non torna in pace con i suoi fratelli animali? L’amore e la compassione dell’uomo verso gli animali non può che portare maggiore grandezza spirituale all’essere umano e renderlo più giusto e sensibile anche nei confronti degli uomini.

Come il fratello più grande ha il dovere di aiutare e guidare il minore e non approfittare delle sue possibilità per sottometterlo, sfruttarlo, violentarlo, ucciderlo, l’uomo ha il dovere di custodire la natura e di proteggere le creature più deboli che Dio gli ha affidato in Gen. 2,13: “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse”.

Noi crediamo che il seme gettato da Gesù deve dare i suoi frutti, deve ampliarsi nei suoi contenuti etici, civili e spirituali, procedere nella sua evoluzione fino ad includere anche gli animali senzienti con i quali divide la Terra. L’estensione del sentimento di pietà verso gli animali indurrebbe a maggiore compassione l’animo umano nei confronti degli uomini. Infatti, come potrebbe l’essere umano nuocere al suo simile se fosse educato al rispetto di ogni essere vivente?

Per il bene dell’uomo e della Creazione tutta, ci auguriamo sentitamente che il nostro appello arrivi al cuore dei cardinali e del papa Francesco.

Associazione Vegetariana Animalista
Circolo Vegetariano VV.TT.

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