Sesso, verdura e decrescita felice…

In uno studio scientifico, serio, argomentato,  ricercatori autorevoli hanno provato che noi non carnivori sotto le coperte siamo meglio.

C’è anche una lunga dichiarazione di Paul Mac Cartney che di noi vegetariani è la bandiera canora, contro il consumo di carne che uccide il pianeta. Lo sappiamo e Paul fa bene a ricordarlo: gli ettari di terra che occorrono a saziare una mucca per ingrassarla, ettari per lo più sottratti alla foresta vergine nei paesi tropicali, coltivati a soia, Ogm praticamente tutta, destinati a colture cerealicole, basterebbero a sfamare molti miliardi in più di persone. Ma, lo sappiamo, si coltiva non per nutrire il pianeta ma per rimpinguare le casse dei soliti scommettitori sui futures e derivati, ovvero, essendo gli occidentali più ricchi e acquirenti di carne, si preferisce alimentare il mercato della carne solamente perché il profitto finale risulta più alto. I consumatori dei paesi del nord del mondo spendono molto, i poveri, ai quali andrebbero soprattutto cereali e mais, non hanno la stessa immensa capacità d’acquisto, dunque, crepino di fame e si arrangino.

Che la biodiversità mondiale venga massacrata, che le foreste scompaiano, vedi Brasile e Indonesia, per far posto alla soia o all’olio di palma, non interessa a chi manovra la finanza mondiale, il cibo non è un diritto ma la componente, una delle componenti, assieme al business dei fertlizzanti, dell’agrobusiness. Essere vegetariani spariglia le carte. Mette in discussione questo modello carnivoro innanzi tutto ed omicida nei confronti di miliardi di persone che la carne, prodotta nei terreni a loro estorti con la forza delle dittature foraggiate dai latifondisti, i terratenientes sparsi per il globo, succubi delle tre o quattro multinazionali che affidano alle polizie il compito di massacrare, in Guatemala come in Brasile ed in India, ogni contadino, ogni comunità di pezzenti che osi mettersi di traverso all’esproprio delle terre, spesso le migliori, destinate ad impianti di monoculture cerealicoli o di soia.

Per un “democratico”, un libertario, un ecologista, sapere che diventare vegetariano, sul piano globale, spezza, allenta, allevia la pressione sui suoi simili schiacciati dalle multinazionali, li fa vivere in maniera più tranquilla e dignitosa, già questo dovrebbe convincere a mollare l’alimentazione carnea o almeno, se proprio si è carne-dipendenti, a diminuire sensibilmente l’uso.

Essere vegetariani significa, assumendosene il significato etico, economico e macroeconomico, caricandosene di tutti gli aspetti, anche spirituali, filantropici, antispecisti, animalisti, ogni giorno essere solidali con una comunità, un villaggio nel sud del mondo che lotta contro la multinazionale di turno , spalleggiata da esercito e polizia, contro l’espropriazione di un terreno, di un pezzo di terra che potrebbe sfamare i campesinos del luogo.
Non è possibile cianciare di nuova economia equa e solidale, di agricoltura a filiera corta, di km zero, di riduzione dei consumi, di decrescita felice se non si scioglie il nodo della fine dell’alimentazione carnea.

Finché questa carne, per il mercato globale, quello biologico è solamente una percentuale infima, il mercato delle macellerie sotto casa e degli ipermercati, è interamente dipendente dai grandi allevamenti e i grandi allevamenti si riforniscono di soia e cereali nel sud del mondo dove questi vengono prodotti a costo inferiore: lo scandalo suscitato e poi repentinamente messo a tacere, per timore di perdere i soldi della pubblicità, del Parmigiano Reggiano che si serve di soia Ogm per le sue vacche alla faccia di ogni sbandierata “italianità” e genuinità del prodotto finale, ne è solamente una punta dell’iceberg colossale che vede i suoli del pianeta ridotti a pascolo passivo per le vacche. Pascoli che si erodono, perdono fertilità e humus, campi immensi che muoiono, monoculture a perdita d’occhio ove non canta un uccello, non vegeta un albero, non spunta un fiore.
Il deserto sopraggiunge e poi… altrove a disboscare, a strappare con la violenza, se è il caso, terra per nuovi pascoli, altrove.

Non è possibile bendarsi gli occhi e continuare a definirsi democratici, non è proprio più possibile. Essere vegetariani significa porsi la questione sul proprio tavolo, ogni giorno, smetterla con le scuse, prendere di petto la faccenda e dire “io ne sono fuori”, io, meglio ancora se si arriva all’autoproduzione, alla creazione di orti urbani collettivi, alla pratica di ecovillaggi diffusi, alla tessitura di una rete di contadini e cittadini senza padroni, ove la libertà venga intesa come presa di coscienza seria ed equilibrata del nostro peso di occidentali viventi nel ventre della bestia, noi che abbiamo una parvenza di democrazia, di libertà che milioni di campesinos non hanno e che sognano.

Noi, possiamo decidere cosa e come mangiare, cosa e come acquistare, qui, in occidente, ancora è possibile pensare e consumare, produrre diversamente. E’ dunque un dovere porsi queste riflessioni. Nessuno può chiamarsi fuori.

Se poi vengono a raccontarci che essere vegetariani, ma lo sapevo, sono vegetariano da trent’anni, significa anche fare meglio all’amore, per forza, nelle carni, specie i salumi, c’è una concentrazione di nitrati, di purina, cadaverina, adrenalina, che affatica i reni, tra le altre cose, le carni richiedono al nostro organismo una quantità di energia incredibile per essere assimilate, bene, queste sostanze tossiche affaticando i reni, impediscono o rallentano, nel migliore dei casi, le spinte necessarie al sesso. Queste sono cose che conoscevo già, si sapevano, i vegetariani le hanno sempre sapute.

Essere vegetariani significa fare meglio all’amore con il pianeta intero, essere vegetariani significa porsi il problema non solamente dei nostri amici e fratelli animali ammazzati a milioni in silenzio senza necessità alcuna, significa porsi la questione di milioni di nostri fratelli contadini espropriati, schiacciati, solamente qualche mese fa, in Guatemala, a decine sono stati sparati dalla polizia, una legge di quello stato prevede la vendita delle terre demaniali e la solita multinazionale se li vuole accaparrare per l’ennesima monocultura di soia.

Se essere vegetariani significa far meglio all’amore, facciamolo questo amore ma facciamolo col cuore e con la mente. Essere vegetariani significa volersi bene, se si unisce a questa consapevolezza una pratica di orto biologica, uno stile di vita sobrio, se si pratica una decrescita felice dei bisogni falsamente indotti dalla fabbrica pubblicitaria, davvero si può affermare che stiamo facendo all’amore col pianeta e sappiamo tutti, basta aprire la finestra e respirare i gas di scarico delle nostre città, quanto ce ne sia bisogno.

Teodoro Margarita

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