Sulla psicologia, psichiatria, psicoanalisi, psicoterapia… e l’inconscio svelato

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Caro Paolo, innanzitutto grazie per aver condiviso il tuo punto di vista da “laico” rispetto a questo mestiere:  https://circolovegetarianotreia.wordpress.com/2018/09/12/empatia-transfert-e-guarigione-psichica/
 

Le prospettive esterne alle pappardelle trite e ritrite della comunità scientifica sono sempre una boccata d’aria fresca. Innanzitutto trovo che la difficoltà nel comprendere con chiarezza il tuo pezzo derivi dall’ambiguità di alcuni vocaboli (come “empatia”, “commistione”, “compartecipazione”…) che di prestano ad una moltitudine di interpretazioni, anche molto diverse tra loro. Non fraintendermi, questa difficoltà si ritrova anche – anzi soprattutto – non solo tra colleghi psicologi, ma anche tra gli stessi psicoanalisti! (che in genere parlano una “lingua” abbastanza diversa dalla psicologia, la psichiatria e i vari filoni psicoterapici). Si può dire con un filo di ironia che l’intera storia della psicoanalisi si é sviluppata da diatribe e interpretazioni lessicali su questo o su quel termine, enfatizzando una concettualizzazione teorica piuttosto che un’altra (spesso anche inutilmente, dovuto all’ignoranza di chi, senza saperlo, stava spacciando del vino nuovo in botti vecchie – o era il contrario?

Comunque, tornando all’articolo, l’obiezione che intendo sollevare é che é verissimo che nella prima fase della terapia la figura del terapeuta viene investita dal paziente dello stesso potere magico, onnipotente, transferale che godeva lo sciamano o il sacerdote di un tempo (ossia la figura sociale investita dalla società in un determinato periodo storico), ma che scopo ultimo di una buona psicoanalisi é di vederne alla fine l’illusione, permettendo così che sia non il terapeuta, tramite la sua aurea eroica , a curare il paziente, ma lo stesso paziente, con l’aiuto del terapeuta, a trovare dentro di sé le risposte – e quindi – le soluzioni che lui stesso già possiede, ma che non é ancora in grado di vederle.

Detto più tecnicamente, questo processo é proprio ciò che differenzia la psicoterapia in senso generico dalla psicoanalisi: la prima manipola il transfert (cioè lo strumentalizza come nell’esempio precedente per operare attivamente e intenzionalmente su certi aspetti del paziente – anche se alcuni terapeuti d’oggi arrivano anche a negare ingenuamente questo processo), la seconda lo analizza (il transfert), attraverso la sua riedizione (o riattualizzazione) in stanza d’analisi, al fine di “liberare” l’analizzando (nei limiti del possibile) delle sue deformazioni passate (nell’esempio specifico, la credenza illusoria che possa esistere un essere onnipotente in grado di guarire e proteggere, come fu la figura del padre a suo tempo per il bambino piccolo). Cioè, detto ancora in altri termini, la prima opera principalmente attraverso la suggestione (il famoso effetto placebo, tanto potente quanto limitato), la seconda tramite l’insight (ossia la presa di coscienza dell’inconscio – che ancora oggi tanti ne negano follemente l’esistenza -), con lo scopo quindi di liberare la persona proprio da questi vincoli suggestivi (analizzandoli invece che agendoli), affinché l’analizzando possa “vedere” se stesso e la realtà in modo meno distorto.

Infatti non a caso, il parto geniale originato dalla mente geniale di nonno Sigmund fu proprio il frutto travagliato della volontà di creare una terapia che fosse il più possibile emendata dall’opera della suggestione, ai tempi già ampiamente conosciuta e praticata abbondantemente in ogni sua forma (a cominciare da Mesmer, poi con l’ipnosi di Charcot, Janet e compagnia bella). Se ti capita a mano, c’è un libro bellissimo – molto trasversale per ambiti di studio, per questo te lo cito – che parte dalle origini della terapia sciamanica, fino ad arrivare alla nascita della psicoanalisi vera e propria: si chiama “la scoperta dell’inconscio” di H.Ellenberger. Perché è proprio di questo che si tratta: avere sviluppato una terapia come esplorazione dell’inconscio (e non la sua ennesima messa in atto) è stata per la psicoterapia una vera e propria rivoluzione copernicana.

Stefano Andreoli, psicologo
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