il viaggio della carne in tavola… e la puzza di cadavere

Per capire tutto l’orrore ed il disgusto del mortifero prodotto che è la carne, è necessario partire dall’inferno degli allevamenti intensivi in cui animali, nati per essere liberi e godere dei benefici raggi solari e brucare l’erba verde dei prati, sono stipati fin dalla nascita in gabbie metalliche senza possibilità di movimento, immersi nei loro stessi escrementi, privati di qualunque diritto naturale, come quello di giocare da cuccioli, di avere il contatto con la madre, di accoppiarsi, di correre. Quando hanno raggiunto il peso adatto ad essere macellati subiscono la pena dei crudeli trasporti in fetidi carri piombati dove pecore, buoi, maiali, immobili in soffocanti vagoni, dentro i quali sono stipati all’inverosimile, spesso senz’acqua né cibo, spesso ammassati gli uni sugli altri, provenienti dalla Francia, dalla Germania, dalla Cecoslovacchia o della Bulgaria, iniziano a compiere un lunghissimo ed infernale viaggio che li porta agli scali ferroviari di Trieste, del Brennero e di Bardonecchia. Quelli che arrivano vivi alle nostre frontiere sono in uno stato pietoso, urlanti, tremanti e tramortiti dalle esalazione, con le zampe spezzate, strangolati dalle corte cavezze, coi musi schiacciati contro le anguste prese d’aria, soffocati sotto il peso dei compagni morti o agonizzanti, ridotti a miseri scheletri viventi, disidratati dal caldo rovente delle lamiere sofferto per giorni, o al freddo sotto tempeste di neve, per settimane. Dopo lunghissime soste alla dogana, mentre i trasportatori si rifocillano ogni due ore lungo il tragitto, i vagoni piombati della morte restano sotto il sole dove gli animali impazziscono di sete e di dolore per ripartire poi per i mattatoi che da Trieste a Palermo impiegano normalmente alcuni giorni di ininterrotto calvario.

Gli animali che arrivano in vita a destinazione vengono brutalmente scaricati come pietre gli uni sugli altri, alla rinfusa, facendoli scivolare dagli autocarri reclinabili nei vari interrati degli infermali mattatoi, trascinati a forza, a colpi di mazze ferrate, colpiti sugli occhi, sui testicoli e sulle parti più sensibili per farli muovere più in fredda da una paralisi di terrore e costrizione fisica. Al mattatoio li attendono rozzi scagnozzi, senz’anima, privi di qualunque umanità, dove gli animali vengono spinti in un corridoio ad imbuto, dove l’odore del sangue che associano al predatore li terrorizza, e ad uno dopo l’altro viene piantato nella loro fronte un proiettile captivo che fa stramazzare l’animale ma che nella maggior parte dei casi resta ancora agonizzante quanto viene uncinato per una zampa, appeso a testa in giù e con seghe metalliche e coltellacci il boia incomincia a sezionarlo spesso ancora in vita. Viene aperta la pancia dell’animale e tutte le interiora fuoriescono cadendo a terra in un lago di sangue. Il sezionamento degli arti continua finché sui nastri trasportatori le misere parti anatomiche si confondono sino a diventare massa informe da confezionare e vendere incellofanate nei supermercati dove le gentili signore, o signori, acquisteranno quei pezzi di cadavere convinti dai medici e dai nutrizionisti televisivi che quella sostanza maledetta, intrisa di terrore e di veleni, sia necessaria per la salute umana.

La colpa di tale infamia non è certo del rozzo garzone che materialmente esegue la condanna (anche se civiltà imporrebbe un trattamento umano dei condannati oppure optare per qualunque altro mestiere all’infuori del boia), quanto di coloro che si riempiono la bocca di termini come amore, giustizia, pace, libertà e pur di non rinunciare al piacere della gola sono disposti a sacrificare insieme alla vita di tante nobili e miti creature anche la parte migliore della propria anima.

Franco Libero Manco

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