Treia, 6 luglio 2015, all’insegna dello zitellaggio e senza Anima Gemella…

..al Circolo vegetariano di Treia ricorrerebbe la consueta celebrazione per “L’Anima Gemella”, che cade  il 6 luglio, festa di Santa Maria Goretti. Ma stavolta sono solo, non c’è Caterina con me, sono provvisoriamente “zitello”e tra l’altro dopo l’ammucchiata di “fermento”, la sagra della birra, non ho alcuna voglia di organizzare qualcosa. Secondo me queste baraonde celano solo una grande solitudine ed il tentativo di riempire un vuoto morale e culturale. Ci provano con la confusione, ci provano con i telefonini attaccati all’orecchio.. e perché non con la “birra”? Tra l’altro ormai l’Italia è composta da un esercito di “singles”, zitelle e zitelli inveterati che non riescono più a sviluppare un rapporto di confidenza e d’amore.

Così quest’anno rinunciamo alla “festa dell’anima gemella”, anche perché a Treia il nostro appeal è limitato e gli amici che ci seguono, venendoci a trovare da varie parti d’Italia, non possono partecipare a molti incontri, quindi abbiamo dovuto restringere gli eventi… Peccato però perdere questo bell’appuntamento che in passato riscosse l’attenzione della stampa nazionale ed alla prima edizione di Calcata del 1993 vennero anche parecchie televisioni a riprenderci. Quella fu una manifestazione romantica che inneggiava  all’intimità ed al rispetto reciproco, cose che evidentemente oggi non tirano più… oggi tirano manifestazioni di massa e caciarone, dove tutto è omologato in un divertimento squallido e consumista. Però, visto che la ricorrenza me lo consente, riporto qui alcune considerazioni sulla prima edizione dell’Anima Gemella e sulla solitudine dello “zitellaggio”.

Uno degli argomenti portanti della prima edizione della Festa dell’Anima Gemella toccava  il tema del “zitellaggio obbligato” a cui erano spesso costrette le ultime nate che dovevano accudire i genitori e gli eventuali figli maschi non sposati.

Ecco ad esempio cosa diceva, parlando della nostra Festa, Nadia Tarantini nel suo articolo sull’Unità del 3 luglio 1993, proprio toccando questo argomento: “..Come un gioco di dadi deciso quando si era troppo piccoli per reagire, ogni famiglia e ogni padre o madre possessiva aveva la ‘sua’ zitella, la figlia destinata ad accudire i vecchi genitori, programmata con il consenso della pubblica opinione, innaffiata come una pianta rara con i peggiori luoghi comuni sull’infelicità del matrimonio e della prole.

Un testing precoce candidava la più timida, o la più sensibile, diciamo anche la più malleabile. Eppure non sempre il teorema riusciva, fanciulle ribelli ne son sempre nate nel seno delle famiglie più sessuofobe. Ai maschi lo ‘zitellaggio’ era dato solo quando non si era gli unici a perpetuare il patrimonio. Bei tempi quando attorno ad uno scapolone si affaccendavano liete tutte le donne della famiglia, la madre longeva, seguita in corteo dalle zitelle restate in casa dai differenti strati generazionali: la prozia, la cugina, la sorella. Aveva bensì lo scapolo maturo una sua vita affettivo sessuale, tutta circonfusa di segreto e mai travalicante la tarda serata, prime ore della notte, in modo  che al mattino il rituale delle domestiche cure potesse ripartire..”

Paolo D’Arpini

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Post Scriptum – Sulla sorte delle povere “zitelle” ho ricevuto una testimonianza veritiera da parte di un’amica, che  preferisce mantenere l’anonimato, leggete voi stessi..

………..

Caro amico ti scrivo …… diceva una canzone

Oggi a teatro va di scena la paura (dobbiamo preparare un monologo che poi verrà rivisitato ed ampliato coinvolgendo tutto il gruppo).

Paura, paura dell’ignoto, come un bambino davanti alla finestrella di un pozzo buio e fondo pieno d’acqua.

La curiosità, e la voglia di sfida prendono il sopravvento, ti spingono, e ti ritrovi lì a guardare quel pertugio scuro.

Ti fermi, non sai se andare avanti…., riluttante ……, comunque ti affacci …..

Il buio ti avvolge, non vedi nulla, ma percepisci il vuoto, immenso, un capogiro “e se cado?”, dopo il vuoto devi affrontare l’impatto con l’acqua, anch’essa scura e fonda, giù, giù, sempre più giù.

Gli anni passano ma quel pozzo ogni tanto torna a parartisi davanti e nuovamente ti affacci per poi ritrarti timoroso, come un nuotatore inesperto che prova a fare qualche bracciata in alto mare ma non potendo sentire il fondo sotto i piedi torna indietro verso la riva.

Ma la sfida è sempre aperta. La paura non è concessa a te che sei nato cavallo, drago e gallo.

E tra un nitrito, uno sputo di fuoco e un canto, dici alla vita “io sono”. “””

Questa è la storia vera di una bambina. L’esperienza di quando andava a casa dei nonni paterni ad Amalfi. Una casa solitaria, arroccata sulla roccia, isolata dalla strada da gradoni pieni di cedri, limoni e aranci, e all’orizzonte il mare di un blu cobalto che per raggiungerlo si dovevano scendere 150 gradini sotto il sole cocente.

Voi potreste dire : “che meraviglia!”

Già ma, c’è sempre un ma, per la bambina andare in quella casa rappresentava un incubo. Con i nonni vivevano uno zio scapolo ed una zia costretta a fare la zitella per accudire tutti quanti.

Quella zia soffriva della sua situazione e voleva tenere con se almeno quella bambina e ogni volta chiedeva al padre di lasciargliela. La bambina aveva paura che prima o poi il padre lo avrebbe fatto, e la madre troppo debole non sarebbe stata capace di reagire.

L’avrebbe lasciata in quella desolazione, come un oggetto scomodo ed inutile.

Che ne pensi? E’ molto “Scespiriano”?

Una donna simpatetica con le altre donne

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