Come trasformare una foresta in un deserto in 10.000 anni di pastorizia

Ho visto su facebook che qualcuno ha postato con letizia un albero nella savana africana completamente pieno di capre che vi si sono arrampicate per mangiare le foglie. 

Ho dovuto frenare l’allegria animalista ricordando agli entusiasti amici delle capre che il deserto del Sahara e quello d’Arabia e diversi altri deserti del medio oriente sono stati creati, oltre che dalla carenza di piogge (dovuta alla separazione della foresta pluviale), dal sistema pastorale in uso che pian piano ha fatto morire tutta la vegetazione nell’arco di circa 10.000 anni.

L’allevamento di armenti, soprattutto capre, protetti dall’uomo contro i naturali predatori e mandati a pascolare ovunque possibile ha creato il deserto. Le capre, infatti, mangiano tutto quel che trovano sino ad arrivare alle radice delle piante e si arrampicano per  satollarsi anche sui rami. Pian piano le piante muoiono e di nuove non ne nascono perché fatte fuori appena germogliano.

Ritorno all’habitat originario?

Gli interventi dell’uomo nel tentativo di “aggiustare” le presenze del mondo animale sono diventati talmente pesanti da mettere a rischio la stessa esistenza umana. Infatti il controllo sulle altre specie coinvolge anche l’uomo, che non è separato dal mondo animale.

Le regole della vita sono molto semplici, ogni specie sia vegetale che animale ha una interrelazione mutualistica con il suo habitat e con tutte le specie che lo condividono. Le piante hanno bisogno degli animali per la loro riproduzione e propagazione, gli erbivori sono controllati dai carnivori  e così  si mantiene un equilibrio fra ambiente e suoi abitanti.

Ma dove l’uomo è intervento immediatamente questo equilibrio è andato perso. Lo abbiamo visto con la desertificazione del nord Africa e del medio oriente causata da un esagerato incremento dell’allevamento domestico e di transumanza. Questo più l’abitudine venatoria nei confronti di specie ritenute nocive o -al contrario- utili all’economia umana hanno trasformato talmente  l’habitat da renderlo irriconoscibile… 

Tutto ciò in passato avveniva in modo quasi impercettibile, poiché gli avvenimenti sopra descritti si protraevano per lunghi periodi di tempo, secoli, se non millenni, ed era alquanto difficile per l’uomo riconoscerne gli effetti (legati al suo comportamento).

Ben diversa è la situazione attuale. Oggi l’intervento umano ha una conseguenza presso che immediata e non si può far a meno di considerare le cause -come gli effetti strettamente interconnessi-  delle mutazioni ambientali in corso.  Dove l’uomo interviene immediatamente la natura e la vita recedono..

Persino ove l’uomo cerca di rimediare ai mali del suo operato anche lì combina guai peggiori. Lo abbiamo visto ad esempio con la politica dei ripopolamenti artificiali di specie faunistiche scomparse in una data bioregione  e recuperate in altri luoghi del pianeta per esservi reimmesse. Questa politica di recupero ambientale è invero deleteria. I danni causati all’habitat dall’introduzione di specie non autoctone sono enormi. Tant’è che di tanto in tanto, con la scusa del sovrappopolamento, ci si inventa partite di caccia per il contenimento di dette specie.

La natura, se lasciata a se stessa, trova sempre il modo di armonizzarsi, creando una altalena di presenze fra specie predate e specie predatorie.. ma dove interviene l’uomo appare il caos… 

Ma è impossibile che la natura sia lasciata a se stessa, dovrebbe scomparire l’uomo.

Paolo D’Arpini  – circolovegetariano@gmail.com


Canzoncina in sintonia: https://www.youtube.com/watch?v=PqybdHRVk9U

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