Cosa ci determina (?), riflessione con racconto di M. H. Erickson

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Tutto quello che introiettiamo, che a nostra insaputa assorbiamo, o che rifiutiamo di vagliare del vissuto, o che addirittura entità minori ci somministrano, tutto ciò finisce nel nostro inconscio, ai più, imperscrutabile pozzo senza fondo, collegato alla mente universale, all’intelligenza cosmica.

L’inconscio conserva tutto quello che accade nel nostro universo, di quest’infinito conosciamo solo una porzione minima superiore, la coscienza. Ognuno è la proiezione sul piano fisico e psichico dell’inconscio, questo infatti determina il corpo, il carattere, la malattia. Così ognuno è il creatore di sé e del proprio universo, ognuno è il centro dell’universo, lo spirito individuale forgia al pari dello spirito universale che crea, entrambi sono fatti della stessa natura e agiscono sulla stessa sostanza.

Questa condizione non implica la nostra resa, bensì è sintomo di un (infinito) potenziale, poiché immettendo nell’inconscio gli stimoli giusti, questi ritorneranno, aumentati dalla forza creatrice della mente universale volta esclusivamente al Bene, portando a noi i frutti, dei pensieri e dei desideri, dissolvendo i condizionamenti.

Così nell’inconscio non sempre si sa cosa entra, mentre il prodotto di ciò che fuoriesce siamo noi, allora molti scavano dentro di sé, altri si fanno scavare, alcuni si allenano a divenire impenetrabili, nell’intento di costruire un osservatore capace di analizzarsi con distacco e risolvere i conflitti, e infine forgiare un essere rinnovato.

Leggiamo un esempio in un racconto* didattico di Milton H. Erickson dal titolo: ”Date alla palla la spinta iniziale”, tratto da un caso realmente accaduto.

Una ragazzina di dodici anni non è una bambina. Ne ebbi una sulla quale applicai una tecnica del tutto infantile. Mi chiamò al telefono e mi disse: “Ho avuto una paralisi infantile, e ho dimenticato come muovere le braccia. Può ipnotizzarmi e insegnarmelo?”. Dissi a sua madre di portarla da me, e sua madre me la portò. Diedi un’occhiata alla ragazza. Per essere una ragazza di dodici anni, aveva un petto molto ben sviluppato, eccetto il fatto che la mammella destra si trovava sotto il braccio. Dissi alla madre di spogliare la ragazza fino alla vita, e osservai tutto il torace, per vedere dove erano i muscoli.

Le dissi che per tre volte al giorno doveva mettersi davanti a uno specchio, nuda sino alla vita, e farsi le boccacce.

Provate un po’ a tirare in giù entrambi gli angoli della bocca. Adesso fatelo ancora, e notate come la pelle del petto si muove. Io posso farlo solo da una parte del viso.

Le dissi anche di mettersi davanti allo specchio tre volte giorno, per venti  minuti, e tirare giù gli angoli della bocca. In altre parole, doveva contrarre il muscolo platisma.

E lei mi chiese: “Devo per forza mettermi davanti a uno specchio?”.

“Dove ti vorresti mettere?”, le chiesi.

“Mi piacerebbe immaginare un programma televisivo”, disse.

E così si mise ad immaginare un programma immaginario, su un televisore immaginario. E cominciò a esercitare il muscolo platisma, e si divertiva a guardare l’immaginario programma televisivo mentre faceva le boccacce.

Ora, quando si comincia a far muovere un muscolo, il movimento tende a diffondersi a tutti i muscoli. Provate a muovere solo un dito. Il movimento comincia a diffondersi, senza che lo vogliate. Le sue braccia cominciarono a muoversi.

Orbene, la mammella destra si postò da sotto il braccio, portandosi sul lato del petto.

Ora lei è un’avvocatessa, esercita la professione.

Giuseppe Moscatello

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* Milton H. Erickson, La mia Voce ti accompagnerà, 1983 Ed. Astrolabio Roma.

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