Canapa, la pianta che ci manca…

Sull’argomento della canapa bioregionale mi sono già espresso in vari
articoli  ma ho voluto egualmente pubblicare questo documento che
meglio compendia le motivazioni storiche ed i retroscena economici e
politici sulla proibizione e sul conseguente “proibizionismo” di
questa pianta salvifica che è amica dell’uomo e che nel Mediterraneo
contribuì alla sua civilizzazione.
Paolo D’Arpini

……..

La canapa, o marijuana (spagnolo), o cannabis (latino) o hemp
(inglese) è una pianta che si potrebbe definire miracolosa, ed ha una
storia lunga almeno quanto quella dell’umanità. Unica pianta che si
può coltivare a qualunque latitudine, dall’Equatore alla Scandinavia,
ha molteplici proprietà curative, cresce veloce, costa pochissimo da
mantenere, offre un olio di ottima qualità (molto digeribile), ed ha
fornito, dalle più antiche civiltà fino agli inizi del secolo scorso,
circa l’80 per cento di ogni tipo di carta, di fibra tessile, e di
combustibile di cui l’umanità abbia mai fatto uso.

E poi, cosa è successo? E’ successo che in quel periodo è avvenuto il
clamoroso sorpasso dell’industria ai danni dell’agricultura, e di
questo sorpasso la cannabis è stata chiaramente la vittima numero uno.

I nascenti gruppi industriali americani puntavano soprattutto allo
sfruttamento del petrolio per l’energia (Standard Oil – Rockefeller),
delle risorse boschive per la carta (editore Hearst), e delle fibre
artificiali per l’abbigliamento (Dupont) – tutti settori nei quali
avevano investito grandi quantità di denaro. Ma avevano di fronte,
ciascuno sul proprio terreno, questo avversario potentissimo, e si
unirono così per formare un’alleanza sufficientemente forte per
batterlo.

L’unica soluzione per poter tagliare di netto le gambe ad un colosso
di quelle dimensioni risultò la messa al bando totale. L’illegalità.
Partì quindi un’operazione mediatica di demonizzazione, rapida, estesa
ed efficace (“droga del diavolo”, “erba maledetta” ecc. ), grazie agli
stessi giornali di Hearst (è il famoso personaggio di Citizen
Kane/Quarto Potere, di O. Wells), il quale ne aveva uno praticamente
in ogni grande città. Sensibile al denaro, e sempre alla ricerca di
temi di facile presa popolare, Hollywood si accodò volentieri alla
manovra, contribuendo in maniera determinante a porre il sigillo alla
bara della cannabis (a sin. la locandina del fim “Marihuana: assassina
di giovinezza – Un tiro, una festa, una tragedia”).

La condanna morale viaggiava rapida e incontrastata da costa a costa
(non c’era la controinformazione!), e di lì a far varare una legge che
mettesse la cannabis fuori legge fu un gioco da ragazzi. Anche perchè
pare che i tre quarti dei senatori che approvarono il famoso
“Marijuana Tax Act” del 1937, tutt’ora in vigore, non sapevano che
marijuana e cannabis fossero la stessa cosa: sarebbe stato il genio di
Hearst ad introdurre il nomignolo, mescolando le carte per
l’occasione.

THOUGHTS ON CANNABIS
“How many murders, suicides, robberies, criminal assaults, holdups,
burglaries and deeds of maniacal insanity it causes each year,
especially among the young, can only be conjectured…No one knows,
when he places a marijuana ciga-rette to his lips, whether he will
become a joyous reveller in a musical heaven, a mad insensate, a calm
philosopher, or a murderer…”

“Quanti omicidi, suicidi, furti, aggressioni criminali, rapine, scassi
e gesti di follia maniacale provochi ogni anno, lo si può solo
indovinare. Nessuno sa, nel mettere ad altri fra le labbra una
sigaretta di marijuana, se ne faranno un allegro visitatore di
paradisi musicali, un folle delirante, un tranquillo pensatore, o un
assassino…”
HARRY J ANSLINGER . Commissioner of the US Bureau of Narcotics 1930-1962

Fatto sta che a partire da quel momento Dupont inondava il mercato con
le sue fibre sintetiche (nylon, teflon, lycra, kevlar, sono tutti
marchi originali Dupont), il mercato dell’automobile si indirizzava
definitivamente all’uso del motore a benzina (il primo motore
costruito da Diesel funzionava con carburante vegetale), e Hearst
iniziava la devastazione sistematica delle foreste del Sudamerica, dal
cui legno trasse in poco tempo la carta sufficiente per mettere in
ginocchio quel poco che era rimasto della concorrenza.

Al coro di benefattori si univa in seguito il consorzio tabaccai, che
generosamente si offriva di porre rimedio all’improvviso “vuoto di
mercato” con un prodotto cento volte più dannoso della cannabis
stessa.

E le “multinazionali” di oggi, che influenzano fortemente tutti i
maggiori governi occidentali, non sono che le discendenti dirette di
quella storica alleanza, nata negli anni ’30, fra le grandi famiglie
industriali. (Nel caso qualcuno si domandasse perchè mai la cannabis
non viene legalizzata nemmeno per uso medico, nonostante gli
innegabili riscontri positivi in quel senso).

Come prodotto tessile, la cannabis è circa quattro volte più morbida
del cotone, quattro volte più calda, ne ha tre volte la resistenza
allo strappo, dura infinitamente di più, ha proprietà ignifughe, e non
necessita di alcun pesticida per la coltivazione. Come carburante, a
parità di rendimento, costa circa un quinto, e come supporto per la
stampa circa un decimo.

Abbiamo fatto l’affare del secolo….

Massimo Mazzucco

……………………….

 

Articolo in sintonia: http://www.terranuova.it/Blog/Riconoscersi-in-cio-che-e/Ecologia-botanica-e-liberta-di-coltivazione-della-canapa

 

 

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Un pensiero su “Canapa, la pianta che ci manca…

  1. Ricordo ad esempio il caso di Marco, fuggito dalla società dei consumi, arrestato il 23 agosto del 2016 con l’accusa di coltivazione abusiva di canapa sui monti di Sambuca Pistoiese. E’ lì che da quasi quindici anni aveva scelto di vivere come eremita questo quarantatrenne originario della provincia di Varese. E’ un laureato alla Bocconi di Milano dove discusse la tesi “Metodologie di valutazione ambientale e sviluppo sostenibile”. Una mente brillante e una famiglia benestante alle spalle che lo hanno portato a diventare un product manager dell’Italaudio, storico distributore nazionale del gruppo Yamaha fino al 2001 quando, come lui stesso ha raccontato, mentre si trovava all’Holiday Inn di Manhattan ha maturato la sua decisione di staccare la spina e a giugno dello stesso anno era in mezzo ai boschi delle montagne Pistoiesi, senza carta di credito in tasca, senza auto ma soprattutto senza il ritmo frenetico che imponeva il lavoro e l’azienda. Un ritmo e un lavoro che, racconta l’ex manager, servivano solo per soddisfare bisogni secondari, indotti dal sistema. Marco invece ha scoperto di voler vivere in mezzo alla natura seguendo i suoi tempi, quelli delle stagioni, e diventando un vegano…” (Paolo D’Arpini)

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